CELLULITE & SENO

27 Novembre 2007 Nessun commento

CELLULITE E SENO

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ANALISI SANGUE & URINE – TABELLE NUTRIZIONALI ALIMENTI & BEVANDE

27 Novembre 2007 Nessun commento

ANALISI DI SANGUE E URINE

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ADDITIVI ALIMENTARI

15 Giugno 2004 Nessun commento

CATEGORIE DI ADDITIVI

Gli additivi, a seconda della loro funzione, sono suddivisi in categorie e a ognuno è associato un codice, generalmente composto da una E seguita da 3 o 4 cifre. Il codice è valido in tutta Europa.
Qui di seguito trovate una breve descrizione delle categorie di additivi (coloranti, conservanti, edulcoranti…), della loro funzione, utilità o meno e i rispettivi codici.

Coloranti (da E 100 a E 180).
Come indica il nome, vengono utilizzati per attribuire agli alimenti un aspetto più colorato. La dicitura "coloranti naturali" non significa che provengono dagli ingredienti dell’alimento, ma vuol dire semplicemente che si trovano in natura. Autorizzati in molti alimenti, i coloranti naturali e artificiali permettono troppo spesso di trarre in inganno il consumatore sulla vera natura degli ingredienti utilizzati (per esempio, colorante giallo per suggerire la presenza di uova). Inoltre, certi coloranti provocano allergie in alcune persone. Molti coloranti sono, a nostro avviso, ingannevoli e inutili.
E102 tartrazina, E104 giallo chinolina, E110 giallo tramonto FCF, E123 amaranto, E150-c/d caramello, E122 azorubina, E122 carmoisina, E124 cocciniglia A, E127 eritrosina, E128 rosso 2G, E129 rosso allura AC, E131 bulu patentato V, E132 indigotina, E133 blu brillante FCF, E142 verde S, E151 nero brillante, E154 bruno FK, E155 bruno HT, E160b annatto, E160b bissina, E11g cantaxantina, E171 biossido di titanio, E173 alluminio, E120 cocciniglia, E180 litolrubina BK.

Conservanti (soprattutto gli additivi con il codice da E 200 a E 297).
I conservanti sono sostanze che prevengono la proliferazione di batteri, muffe e fermenti responsabili del deterioramento degli alimenti e sono utili in alcuni casi ben precisi. Per esempio, una piccola quantità di solfiti, decisamente minore rispetto ai livelli consentiti dalla legge in vigore, è accettabile nel vino, perché garantisce una stabilità migliore. Ma, ancora una volta, i legislatori europei si distinguono per il loro permissivismo, autorizzando conservanti dove sono inutili o inefficaci, come provano i nostri test (aranciate, caramelle, chewing gum, gamberetti…). Di fatto, non incoraggiano certamente i produttori a essere particolarmente attenti in materia di igiene e di condizioni di conservazione. In conclusione, si può dire che i conservanti sono solo a volte indispensabili. Alcuni possono provocare reazioni allergiche. E200 acido sorbico, E202 potassio sorbato, E203 calcio sorbato, E210 acido benzoico, E211 sodio benzoato, E212 potassio benzoato, E213 calcio benzoato, E214 p-idrossi-benzoato di etile, E215 sodio p-idrossi-benzoato di etile, E216 p-idrossi-benzoato di propile, E217 sodio p-idrossi-benzoato di propile, E218 p-idrossi-benzoato di metile, E219 sodio p-idrossi-benzoato di metile, E220 anidride solforosa, E221 sodio solfito, E222 sodio bisolfito, E223 sodio metasolfito, E224 potassio metabisolfito, E226 calcio solfito, E227 calcio bisolfito, E228, calcio solfito acido, E230 bifenile, E231 ortofenil-fenolo, E232 sodio ortofenil-fenolo, E234 nisina, E235 natamicina, E239 esa-metil-entetrammina, E242 dimetil-dicarbonato, E249 potassio nitrito, E250 sodio nitrito, E251 sodio nitrato, E252 potassio nitrato, E284 acido borico, E285 sodio tetraborato, E1105 lisozima.

Antiossidanti e acidificanti (soprattutto gli additivi con il codice da E 300 a E 385).
Gli antiossidanti sono utilizzati per frenare il deterioramento degli alimenti causato dal contatto con l’ossigeno dell’aria. Il più utilizzato è l’acido ascorbico o vitamina C (E 300). Gli acidificanti, invece, aumentano l’acidità degli alimenti per prolungare la conservazione o per ragioni di gusto (per esempio, caramelle acidule). La maggior parte degli antiossidanti e degli acidificanti è accettabile e persino utile in certi casi ma, ancora una volta, senza abusarne e se non esiste un’altra soluzione. E310 gallato propile, E311 gallato ottile, E312 gallato dodecile, E320 BHA, E321 BHT, E322 lecitine, E338 acido fosforico, E339 sodio fosfato, E340 potassio fosfato, E341 calcio fosfato, E343 magnesio fosfato, E350 sodio malato, E351 potassio malato, E352 calcio malato, E380 citrato triammonico.

Emulsionanti e addensanti (soprattutto gli additivi con il codice da E 400 a E 585).
Questo gruppo comprende anche i gelificanti e gli stabilizzanti. Tutte queste sostanze sono utilizzate per dare consistenza a un prodotto o per mantenerla. Il loro utilizzo è, a volte, giustificato (addensanti per impedire la formazione di cristalli nel gelato, emulsionanti che permettono di sostituire in parte le materie grasse con acqua nelle margarine e nel burro a ridotto contenuto di grasso). Ma più spesso servono per mascherare l’assenza di ingredienti di base (uova nei gelati o maionese) o per vendere l’acqua al prezzo della carne (prosciutti cotti). E questo è inaccettabile.
Negli alimenti detti light, gli emulsionanti e gli addensanti permettono di sostituire con l’acqua ingredienti calorici come i carboidrati (amidi e zuccheri) e i grassi. Alcuni addensanti sono riconosciuti come allergeni (per esempio, le farine di guar).
E407 carragenina, E407a euchema, E410, farina di semi di carrube, E412 gomma di guar, E413 gomma adragante, E414 gomma arabica (= d’acacia), E416 gomma di karaya, E417 gomma di tara, E418 gomma di gellano, E425 Konjak, E431 stearato di poliossietilene, E432 polisorbato-20, E433 polisorbato-80, E434 polisorbato-40, E435 polisorbato-60, E436 polisorbato-65, E442 fosfatidi d’ammonia, E450 difosfati, E451 trifosfati, E452 polifosfati, E476 poliglicerolo poliricinoleato, E477 esteri 1,2propandiolo di acidi grassi, E479b olio di soia termo-ossidato con mono-di-gliceridi degli acidi grassi, E520 solfato di alluminio, E521 solfato di alluminio e sodio, E522 solfato di alluminio e potassio, E523 solfato di alluminio e ammonio, E541 fosfato acido di alluminio e sodio, E554 silicato di sodio e alluminio, E555 silicato di potassio e alluminio, E556 silicato di calcio e alluminio, E559 silicato di alluminio.

Esaltatori di sapidità (da E 620 a E 640).
Questi additivi, i più noti dei quali sono i glutammati, servono a intensificare o a modificare il gusto degli alimenti: per questo motivo sono, secondo noi, inutili e ingannevoli, in quanto potrebbero mascherare carenze di gusto e quindi una qualità scadente degli alimenti. Il glutammato monosodico è stato recentemente rivalutato, quando molti studi hanno escluso la sua responsabilità nel provocare disturbi quali la cosiddetta "sindrome da ristorante cinese". In effetti, per questo additivo, la dose giornaliera accettabile è senza limite, il che porterebbe a pensare che non abbia alcun effetto nocivo sulla salute umana. Inoltre, da studi recenti, sembra improbabile che il glutammato possa essere responsabile dell’insorgenza di malattie quali il morbo di Alzheimer e di Parkinson. Nonostante questo, in realtà, è ancora considerato un additivo sospetto, in quanto mancano riscontri che possano affermare che sia del tutto sicuro dal punto di vista sanitario. Non dimentichiamo che il glutammato si può ritrovare in una quantità vastissima di prodotti alimentari e questa assunzione elevata giornaliera può provocare intolleranze anche in chi non è comunemente sensibile a questo additivo.
E620 acido glutammico, E621 glutammato monosodico, E622 glutammato monopotassico, E623 diglutammato di calcio, E624 glutammato monoammonico, E625, glutammato di magnesio.

Agenti di rivestimento (agenti leviganti o lucidanti) (soprattutto gli additivi con il codice da E 900 a E 948).
Queste sostanze, applicate alla superficie di un alimento, conferiscono un aspetto brillante o liscio e possono anche costituire un rivestimento protettivo. Tuttavia, in alcuni casi, hanno solamente una funzione estetica: aspetto brillante dei chicchi di caffè, mele… Questi additivi sono generalmente considerati accettabili dal punto di vista tossicologico.
E459 beta-ciclodestrine, E900 dimetil-polisilossano, E903 cera di carnauba, E904 gomma lacca, E999 quillaia, E1201 polivinilpirrolidone, E1202 polivinilpolipirrolidone, cera d’api.

Edulcoranti artificiali (da E 950 a E 967, E 420, E 421).
Sostituiscono gli zuccheri in alcuni prodotti light come le bibite, i nettari, la gomma da masticare, alcuni dolci, la birra, gli yogurt… Sono accettabili in alcune circostanze (per esempio, per le persone che non possono consumare zuccheri), ma il rischio, soprattutto per i bambini, è che si raggiunga molto rapidamente la dose giornaliera autorizzata per i ciclamati e la saccarina. Esempi: E952 ciclamati, sorbitolo, xilitolo, E951 aspartame, E954 saccarina, maltitolo.

Amidi modificati (da E 999 a E 1518 altre categorie di additivi tra cui gli amidi modificati).
Questi additivi sono ottenuti per mezzo di uno o più trattamenti chimici degli amidi alimentari, derivati, per esempio, dalla fecola di patate. Con un trattamento fisico, per esempio, questi amidi vengono modificati affinché possano avere la funzione desiderata: amalgamare gli ingredienti, legarli… Non si tratta in nessun caso di sostanze OGM (organismi geneticamente modificati) e sono considerate accettabili dal punto di vista sanitario. Fosfato di diamido, amido acetilato.

Link:http://www.food-info.net/it/e/e100-200.htm

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CENNI SU ALCUNI DOLCIFICANTI:

Negli ultimi decenni, con lo sviluppo dell’industria chimica, si sono resi disponibili una gran quantità di nuovi dolcificanti. Uno dei modi di classificarli è quello di dividerli in base alla quantità impiegata.
Ne esiste un gruppo che è utilizzato in quantità tale da essere considerato un alimento, tali dolcificanti hanno un potere calorico confrontabile con il saccarosio. I principali dolcificanti, appartenenti a questo gruppo, sono : mannitolo, sciroppo di glucosio, maltitolo, sorbitolo, xilitolo.
In contrapposizione ai prodotti precedentemente descritti ne esiste una con potere dolcificante altissimo (dolcificanti sintetici). L’elevato potere dolcificante rende questi prodotti utilizzabili in quantità modestissima. I dolcificanti, più utilizzati, appartenenti a quest’ultima categoria sono: aspartame, ciclamato, saccarina. Sostituire il saccarosio con i dolcificanti sintetici può essere utile per i diabetici, le persone con eccesso ponderale e per prevenire la carie. Prima di utilizzare i dolcificanti sintetici sarebbe opportuno rivolgersi al medico o farmacista di fiducia per valutare, con correttezza, il rapporto rischio/beneficio.

ASPARTAME
L’aspartame è la combinazione di due aminoacidi (acido aspartico e fenilalanina) il nome chimico è il seguente: acido(3s)-3-amino-N(alfa s)-alfa-metossicarbonil-fenilsuccinamico. L’aspartame presenta delle qualità organolettiche simili allo zucchero, e ne è 200 volte più dolce. L’aspartame, essendo una proteina, fornisce un modesto apporto calorico (4 Kcal/g), che è praticamente trascurabile visto il suo alto potere dolcificante. Per la sua instabilità chimica, non può essere utilizzato nelle soluzioni acide o in alimenti sottoposti a cotture con elevate temperature (forno e fritture) perché, tali condizioni, potrebbero provocarne l’idrolisi con una conseguente diminuzione del potere dolcificante.
Sono stati evidenziate, in numerosi studi clinici, possibili reattività crociate dell’aspartame con i sulfamidici (Bacrim, Eusaprim, Chemitrim, Gantrim. L’aspartame, a dosi superiori 30mg/Kg, può causare un aumento dei casi di cefalea. La metabolizzazione dell’aspartame può portare alla formazione di metanolo. Il metanolo che si forma è in quantità tali da non causare preoccupazioni. Altri effetti collaterali conosciuti sono: angioderma, orticaria, panniculite nodulare. Come prima descritto l’aspartame contiene fenilalanina, l’assunzioni anche di modeste quantità di tale aminoacido è controindicato nei pazienti affetti da fenilchetunoria** La contemporanea assunzione di glucosio e aspartame, sembra non avere ripercussione sui livelli plasmatici di alcuni mediatori chimici neurologici, quindi è possibile escludere qualsiasi modificazione del comportamento e dello stato di umore.

CICLAMATO
Il ciclamato è il sale sodico o calcico dell’acido cicloesilsulfamidico. È impiegato da oltre 30 anni nella preparazione di cibi dietetici e soft drinks. Il ciclamato presenta un potere calorico 50 volte superiore al saccarosio, ed è spesso associato alla saccarina per aumentarne il gusto.
I ciclamati sono eliminati principalmente dal rene e in misura minore dall’intestino; una parte, circa il 30%, viene metabolizzata in cicloesamina, tale metabolita ha dimostrato di provocare cancro nella vescica dei ratti. Per tale motivo la FDA americana ha proibito, dal 1987, l’uso del ciclamato in tutto il territorio degli Stati Uniti. Numerosi studi, effettuati successivamente, tendono a dimostrare che questa carcinogeneità è specifica per il ratto, poiché questa specie animale metabolizza il ciclamato differentemente dall’uomo. La FAO/WHO, dopo aver preso visione di tutti gli studi effettuati, ha raccomandato di non superarne una dose giornaliera, espressa come acido ciclamico, pari a 0-11 mg/kg. I ciclamati possono inoltre causare: dermatite, prurito, eczema e fotosensibilizzazione.

SACCARINA
La saccarina, sulfimide benzoica, ha un potere dolcificante 500 volte superiore al saccarosio. La saccarina, messa in commercio già dai primi del ‘900, è una sostanza chimicamente stabile, quindi può essere impiegata in bevande e in cibi sottoposti a cottura. La saccarina non viene metabolizzata dall’organismo e viene eliminata principalmente con le urine. L’uso della saccarina è approvato dalla FDA degli Stati Uniti ma non dalla Canadian Healath Protection Agenzy.
La sensibilità crociata tra saccarina e sulfamidici (vedi aspartame) è nota, pertanto i soggetti allergici ai sulfamidici non dovrebbero utilizzarla. Nei bambini, nutriti con latte dolcificanto con saccarina, sono stati segnalati alcuni casi di ipersensibilità, le manifestazioni riscontrate sono: ipersensibilità generalizzata, insonnia e altri sintomi neurologici (ipertonia, strabismo); i sintomi diminuiscono quasi completamente sospendendone l’uso. L’American Medical Association raccomanda di limitarne l’uso nei bambini e nelle donne in stato di gravidanza. Recenti studi hanno evidenziato che la saccarina nel ratto, somministrata in dosi superiori all’ 1% in peso, può provocare cancro alla vescica. Altri studi hanno dimostrato che i meccanismi che provocano la comparsa del tumore nel ratto non possono essere applicati alla nostra fisiologia, evidenziando che non vi sono, nell’uomo, correlazioni dirette di comparsa del tumore e assunzione di saccarina. È possibile che la saccarina possa promuovere tumori in presenza di altre sostanza carcinogene. La saccarina in alcuni rari casi può determinare: manifestazioni allergiche, orticaria, prurito, dispnea, diarrea, tachicardia ed eruzioni cutanee con papule. In attesa di ulteriori studi, che possano definitivamente chiarire tutte le correlazioni tra tumore alla vescica e assunzione di saccarina, e consigliabile non superare la dose di 0-2,5 mg/kg.

Note – **Fenilchetunoria – La fenilalanina: è un aminoacido aromatico, contenuto in molte proteine animali e vegetali, che nell’organismo viene utilizzato per la sintesi della tiroxina e delle catecolamine. Un accumulo della fenilalanina nell’organismo, per cause metaboliche, causa la fenilchetunoria. La fenilchetunoria è una malattia congenita dovuta a una deficienza di un enzima (fenilaminoidrossilasi) deputato alla metabolizzazione della fenilalanina. Un accumulo di fenilalanina può causare: ritardo mentale con varie manifestazioni neurologiche (ipercinesia, epilessia, microcefalia, eczema, pigmentazione chiara e un sudorazione abbondante). L’unica cura, per questa grave malattia, è una dieta povera di fenilalanina. Questa patologia, che può essere trasmessa per via genetica, si presenta in due forme: una leggera (in cui il paziente tollera modeste quantità di fenilalanina), una grave (in cui la tolleranza alla fenilalnina diminuisce all’aumento dell’età).

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CINESIOLOGIA: colpo di frusta & lombalgia

11 Febbraio 2004 Nessun commento

IL COLPO DI FRUSTA
La cervicale è il tratto di colonna vertebrale formato da 7 vertebre che viene comunemente chiamato collo. Su di essa, e in particolare nel punto del dente dell’epistrofeo, appoggia il peso della testa. Le vertebre sono separate da dischi intervertebrali che hanno una funzione ammortizzatrice e sono mantenute in posizione dalle capsule che rivestono le articolazioni, dai legamenti, dai muscoli. Al loro interno, in un canale osseo scorre il midollo spinale, parte importantissima del sistema nervoso centrale. L’urto non è violento ma il colpo è secco e la testa si piega violentemente all’indietro e in avanti. Proprio come una frusta. Basta un attimo per compromettere, anche seriamente e talvolta con conseguenze durature, il collo. La colonna cervicale è una parte molto delicata dell’organismo. Ben sette chilogrammi (tale è il peso medio della testa di un adulto) poggiano su una sola vertebra, articolata con il cosiddetto dente dell’epistrofeo, una struttura della grandezza di un dito su cui si scarica tutta la forza d’inerzia, causata quasi sempre: – dall’arresto dell’auto in seguito a un incidente, – da un trauma sportivo.
La cervicale è sicuramente la parte più fragile di tutta la colonna vertebrale e i numerosi traumi si verificano a suo carico ogni giorno ne sono la dimostrazione.
Il colpo di frusta non è una malattia ma di un meccanismo di lesione. Per comprendere questo meccanismo e per sapere come si muove il rachide cervicale è necessario conoscere le parti coinvolte, cioè:
- i legamenti comuni vertebrali,
- i dischi intervertebrali,
- i punti di attacco delle radici nervose.
La stabilità del rachide cervicale è legata essenzialmente a due aspetti:
- l’integrità del legamento comune posteriore,
- la qualità meccanica e dinamica (cioè la capacità di movimento) del disco intervertebrale.
Durante il colpo di frusta la testa viene proiettata violentemente in avanti (iperflessione) e in dietro (iperestensione). Dato che il legamento comune posteriore (che trattiene la testa quando subisce una forza in avanti) è più debole rispetto a quello anteriore (che contrasta la forza all’indietro), i danni maggiori si hanno con l’iperflessione (frattura, distorsione, lussazione) rispetto all’iperestensione (lesione dei dischi).
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http://www.riabilitazioneortopedia.com/testi/filmCOLP_FRUSTA.html

I legamenti vertebrali comuni hanno come ruolo quello di limitare l’escursione dei dischi intervertebrali. Il legamento anteriore è due volte più resistente rispetto a quello posteriore (la sua rottura si verifica a 340 N* contro i 180 N del posteriore): questo dato spiega in parte perchè con i colpi frontali si hanno conseguenze più serie. I dischi intervertebrali servono a mantenere lo spazio naturale esistente tra le vertebre. Si tratta, in pratica, di cuscinetti ammortizzatori, che però si possono rompere quando assorbono un’energia derivante da un colpo a più di 50 km/h. In particolare, nella zona della cervicale i dischi sono il C6 e il C7. La resistenza meccanica dei nervi e delle radici allo strappo è di 90 N. Anche le vene contribuiscono, in questa parte dell’organismo, a mantenere in sede i dischi. Bisogna, infatti, notare che, in questa parte del corpo, è soprattutto l’intreccio delle vene che contribuisce a mantenere in sede le radici nervose.
MODALITA’ – Anche se si tratta di una classificazione semplificatrice, i colpi di frusta si possono suddividere sulla base di 4 dinamiche d’incidente differenti:
- lo choc diretto in avanti (che accade per esempio quando si va a sbattere contro un albero) per cui la colonna subisce un’iperflessione verso l’avanti;
- lo choc indietro (quando si viene tamponati posteriormente da un’auto), per cui la colonna subisce un’iperestensione verso il dietro;
- lo choc in avanti seguito da uno choc indietro (come i tamponamenti a catena), per cui la colonna subisce un’iperflessione seguita da un’iperestensione;
- lo choc laterale (che può accadere in caso di incidente a un incrocio con un’auto proveniente da destra o da sinistra), per cui la colonna subisce un’iperlateroflessione. Prevenire da seduti
Il modo in cui si sta seduti sull’automobile è fondamentale per mettersi al riparo da questi infortuni. Per ridurre il contraccolpo è necessario:
- allacciare le cinture di sicurezza,
- avere un poggiatesta ben regolato.
Parimenti, la presenza di un’artrosi cervicale o di una vita troppo sedentaria sono invece fattori che aggravano le conseguenze del colpo. Fattori – Queste ultime non dipendono soltanto dall’intensità della botta, ma anche da altri fattori, come:
- l’età della persona,
- la dinamica dell’incidente.
In qualunque caso e anche se non si dovesse avvertire alcun dolore, bisogna comunque recarsi al Pronto soccorso per sottoporsi a una visita e agli esami necessari per accertare le eventuali lesioni. Se l’incidente è serio, è il caso di chiamare l’ambulanza e di attendere i soccorsi avendo la cautela di evitare di fare qualsiasi movimento del collo. Spesso, infatti, i sintomi della distorsione cervicale (è questo il termine medico che indica il colpo subìto al collo) si faranno sentire soltanto dopo qualche ora o addirittura giorni dall’incidente. Quella benigna
Chi rispetta le misure di sicurezza ed è dotato di una buona muscolatura, in genere se la cava con uno stiramento dei muscoli del collo, senza alcuna lesione a carico:
- dei nervi,
- dei legamenti,
- delle vertebre.
E’ la cosiddetta distorsione cervicale benigna.
PRIMI RIMEDI – In questo caso più lieve, il riposo, l’uso del collare e l’assunzione di farmaci antinfiammatori, analgesici e miorilassanti possono bastare per risolvere il problema. In particolare:
- i farmaci devono essere assunti fino a quando non passano i sintomi e questo dipende dall’evoluzione, che è positiva nella maggior parte dei casi: a 6 mesi ha un buon recupero;
- il collare va tenuto per circa 15 giorni (anche se il tempo va sempre valutato caso per caso). L’immobilizzazione ha lo scopo di permettere ai tessuti molli (muscoli e tendini) di cicatrizzare. Il colare deve essere rigido, in quanto quelli morbidi consentono al collo di muoversi. L’errore da non commettere è di tenere il collare per più di 15 giorni circa. Un’immobilizzazione troppo lunga ritarderebbe, infatti, una ripresa della funzionalità. Il collare dovrà essere utilizzato soltanto in caso di spostamenti in automobile;
- il periodo di riposo non deve essere troppo prolungato, perchè nuocerebbe alla guarigione.
Anche se trazioni e massaggi sono controindicati nella fase acuta, la rieducazione è però indispensabile per recuperare la mobilità del collo ed evitare la cronicizzazione dei sintomi. La rieducazione attiva, che consiste in massaggi per evitare contratture riflesse (cioè quelle dovute direttamente al trauma) e trazioni manuali dolci. Secondo gli esperti, questi due trattamenti consentono una ripresa funzionale più rapida rispetto ai risultati ottenibili con la fisioterapia passiva, come per esempio:
- la Tens; gli ultrasuoni.
Secondo uno studio effettuato dal professor Giuseppe Nappi, direttore dell’Istituto neurologico Mondino di Pavia, in seguito a una distorsione cervicale, a distanza di un mese dal colpo di frusta:
- più del 50 per cento circa delle persone può smettere di assumere i farmaci;
- il 70 per cento può riprendere l’attività lavorativa.
Alcune persone, però, sono colpite dalla sindrome cronica, cioè non si riprendono completamente dal trauma.
Nei casi più seri, il colpo di frusta può determinare due conseguenze:
- la cosiddetta distorsione cervicale grave, che interessa i legamenti e le radici nervose, cioè i punti i nervi si attaccano al sistema nervoso centrale (cioè il midollo spinale);
- fratture e lussazioni.
Nel primo caso, si ricorre a un trattamento ortopedico cioè a un’immobilizzazione del collo attraverso un collare per circa 1 mese, e, in caso di insuccesso, a un intervento chirurgico in anestesia generale. Per bloccare le vertebre che sono o rotte e che sono scivolate a causa di una lesione del disco intervertebrale. Le fratture
Terza e ultima diagnosi possibile come conseguenza di un colpo di frusta sono:
- le fratture delle ossa,
- le lussazioni delle vertebre conseguenti a lesioni dei dischi.
Fratture e lussazioni (in particolar modo se c’è un’ernia del disco) possono ripercuotersi anche sul midollo e sulle radici nervose.
La percentuale è minima (circa l’1 per cento), ma la sintomatologia non lascia spazio a dubbi sulla gravità della situazione. La perdita di forza negli arti superiori, il vomito frequente, lo stato confusionale o la totale mancanza di equilibrio possono, infatti, indicare una lesione al midollo spinale. In presenza di tali sintomi è quindi consigliabile sottoporsi a esami più approfonditi come la risonanza magnetica del tratto cervicale, per stabilire i danni alle radici nervose. L’esame da effettuare in questo caso si chiama elettromiografia per verificare la conduzione nervosa. Viene eseguita inserendo due aghi nelle zone colpite alla cui estremità è attaccata una macchina che registra l’impulso. Infine, a distanza di tempo dall’incidente, alcune persone portano ancora i segni del colpo di frusta. Questi malati, 6 mesi dopo il colpo in genere patiscono ancora una certa rigidità del collo, ma sono colpiti anche da vertigini, insonnia, deficit della memoria, cefalea e nausea. Si tratta di sintomi di un disturbo secondario alla lesione originaria, definito “sindrome post-traumatica”, che possono essere divisi in 3 gruppi:
- le vertigini, che si possono curare con sedute sulla poltrona rotatoria. Si tratta di una poltrona particolare che serve a far girare le persone al fine di equilibrare l’attività di scarico dei 2 vestiboli* e per calibrarli tra di loro;
- l’instabilità e la sensazione di perdita dell’equilibrio e di testa tra le nuvole, che si curano attraverso stimolazioni otocinetiche. Il malato viene messo in una camera oscura dove viene sottoposto a uno stimolo visivo che lo obbliga a riaggiustare la posizione del proprio corpo per non perdere l’equilibrio;
- altri sintomi visivi e uditivi quali diplopia mancanza di udito acufeni, che possono essere trattati con la manovra di Sémont, che ha per scopo di riposizionare gli otoliti* nella loro sede originale. Si esegue sdraiando la persona dalla parte del lato colpito e facendolo rovesciare sull’altro lato con un movimento di rotazione finale della testa.
Poggiatesta, Cinture, Air-bag
Con la sicurezza non si scherza. Il poggiatesta, di cui sono dotate tutte le automobili moderne, può letteralmente salvare il collo. Un poggiatesta ben regolato è, infatti, l’unico elemento che, insieme alla cintura di sicurezza, è in grado di limitare la violenza del colpo di frusta. Per questo motivo, dovrebbe essere alzato in modo da poter sorreggere tutta la testa (la posizione ideale è a sette centimetri dall’orecchio). Una volta regolata l’altezza, è necessario assicurarsi che sia veramente bloccato (per accertarsene si può, per esempio, dare un pugno dall’alto). L’altra caratteristica fondamentale è una certa morbidezza, in modo che possa attutire gran parte del colpo, causato dall’eventuale tamponamento. Attenzione, però! Il poggiatesta senza la cintura di sicurezza allacciata è perfettamente inutile. Anche l’air-bag, infine, diventa uno strumento prezioso per limitare l’escursione spaziale della testa in avanti. Gli air-bag laterali permetteranno, infine, di assorbire gli urti provenienti dai lati.
Dinamica del Colpo
-Iperflessione
- iperestensione
L’età delle conseguenze Il colpo di frusta può capitare a chiunque. Ma le conseguenze che porta con sé dipendono dall’età e del sesso della persona colpita. – Fino a 5 anni I bambini piccoli sono particolarmente fragili a causa della debolezza muscolare. Nei casi più seri, si verificheranno prevalentemente fratture dell’odontoide* e lussazioni rotatorie della cervicale. Per scongiurare queste conseguenza, è fondamentale posizionare il seggiolino dei bambini nel senso inverso rispetto a quello di marcia (in pratica la loro faccia deve guardare il portabagagli). – Dai 6 agli 8 anni I bambini rischiano principalmente a livello delle ossa e della cartilagine. Il pericolo futuro è quello di avere, a distanza di tempo, problemi di cifosi* cervicale. – Ragazzi e adulti I giovani maschi subiscono i danni minori grazie ai muscoli più forti. Le donne hanno, infatti, la nuca più lunga e più fragile e potrà avere lesioni più serie. A questa età, in caso di trauma seri, il colpo di frusta si presenta come un fattore di anticipazioni di problemi già esistenti. – Anziani L’instabilità dei dischi e una conseguente artrosi sono i rischi più frequenti che possono capitare alle persone dopo una certa età. Con il passare degli anni, infatti, i dischi perdono la loro elasticità e questo impedisce loro di assorbire l’impatto.
Un viaggio in 2 lunghezze
Il collo può allungarsi in avanti oppure flettersi all’indietro. I due movimenti, però, non sono uguali: in flessione, la colonna cervicale si allunga in avanti di circa 28 mm, mentre in estensione si accorcia di circa 15 mm. Tuttavia, la capacità di allungamento del midollo spinale non è la stessa rispetto a quella vertebrale. Questa diversità spiega perchè, in caso di trauma, la colonna si possa allungare di più rispetto alla sostanza che contiene (il midollo) e quindi si abbia uno strappo tra:
- il midollo spinale,
- le vertebre.
Al pronto soccorso
Per valutare le lesioni al pronto soccorso si effettuano:
- una visita specialistica, soprattutto per diagnosticare i danni ai nervi che non si possono vedere con la radiografia ma soltanto con la clinica, cioè la valutazione dei sintomi da parte del medico;
- alcuni esami diagnostici preliminari.
I primi esami da fare comprendono:
- una serie di radiografie. Allo scopo di avere una visione generale della colonna vertebrale è necessario effettuare 5 scatti: uno frontale, uno laterale, uno transbuccale* e due per 3/4 di colonna;
- l’esame neurologico, per scoprire un eventuale segno di irritazione del midollo spinale o delle radici nervose. Il medico studia la sensibilità e la motricità dei muscoli del braccio e delle mani.
La riabilitazione: A) La muscolatura del collo è composta da due gruppi muscolari differenti: – muscoli piccoli e corti, che servono per far partire il movimento; – grandi muscoli, che eseguono il movimento. B) Una riabilitazione mirata deve, dunque, avvenire in due modi differenti. B1) Per i piccoli muscoli la ginnastica è volta a restituire la mobilità degli occhi. L’esercizio, detto “riflesso oculocefalico” (utilizzato anche in caso di forti dolori al rachide) consiste nel seguire con lo sguardo un punto di riferimento mobile (per esempio il dito del terapeuta o un punto luminoso rosso) o una spia luminosa (led) al fine di mobilizzare e distendere la muscolatura cervicale. B2) Per i grossi muscoli, si possono eseguire esercizi isometrici* e contrazioni muscolari attive, che cioè si oppongono a una forza resistente.

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LA LOMBALGIA
Nell’ ottobre del 1995, si è tenuto a Milano un congresso internazionale, sotto la guida del Professor Nachemson (premio Nobel della Medicina). Il tema era: la lombalgia “Stato dell’Arte” e proponeva un approccio sulle diverse terapie, classiche e moderne, proposte per affrontare il mal di schiena. Sono emerse delle informazioni essenziali ed a volte sorprendenti: 1) Il mal di schiena è universale e tocca il 70% di tutte le popolazioni. 2) Nel 80-90% non si conosce la causa fisica esatta di questo disturbo o malattia. 3) L’aspetto psicologico rappresenta il 50% delle cause della lombalgia, e abbiamo potuto determinare che l’insoddisfazione nel lavoro è un fattore essenziale. Il medico quindi deve quasi avere più conoscenze psicologiche che anatomiche. 4) Più si è coperti da assicurazioni private o pubbliche più accusiamo il male e più il tempo di recupero è lungo. E’ perciò diventato sia un problema politico-finanziario sia medico. Tutti gli stati, tutti i governi, tutte le assicurazioni devono confrontarsi con l’aumento delle spese legate a questa patologia. 5) Alcuni studi su pazienti lombalgici cronici da più di sei mesi hanno dimostrato che nessuna particolare terapia ha un’efficacia superiore alle altre. Nè la chiropratica, nè l’osteopatia, nè massaggi, nè medicinali, nè altre invenzioni terapeutiche, spesso più interessate nel fare di una malattia un business. Per contro questi trattamenti sono tutti utili da un punto di vista umanitario, psicologico, relazionale. Agiscono tutti come dei placebo, senza permettere veramente un ritorno più rapido alle attività professionali. 6) Il 75% della popolazione ha un’ernia discale di cui non soffre fisicamente. Dal 50% al 60% delle persone operate di un’ernia discale soffre ancora nei cinque o sei anni seguenti l’operazione. Il 20% di questi dovrà essere rioperata. Secondo una battuta di un senatore americano, l’aumento degli interventi chirurgici non è legato alla scoperta di tecniche innovative o più avanzate ma, all’incremento di prezzo delle macchine es.Mercèdes. 7) I trattamenti oggi: Il “New England Journal of Medicine” ha pubblicato nel 1995 dei studi su grande scala i quali hnno dimostrato che per i dolori lombari cronici la cura più efficace è: – riposo a letto più limitato possibile – esercizi di stiramento – un ritorno all’attività normale prima possibile – essere curato da medici che vi ascoltino, vi comprendano, vi considerino, vi “amino” altrimenti ci sarà una rapida ricaduta. 8) La ricerca di domani: ci dovrà sostenere partendo da esami rigorosi, della durata di minimo due anni, ed effettuati su numerosi pazienti. Tutti gli studi che non seguiranno questi criteri non potranno essere ritenuti seri. Oggi giorno, ogni terapia per la lombalgia è efficace al 40% ma solo per effetto placebo. L’obiettivo della medicina del domani sarà quello di essere più efficace di un semplice effetto placebo. 9) Le cure del domani: tra qualche anno obbligheremo la gente ad avere una disciplina d’igiene di vita nel lavoro. Insegneremo i movimenti da fare e quelli da evitare e si miglioreranno soprattutto le soddisfazioni nel lavoro. Da un punto di vista psicologico si cercerà di rendere i pazienti sempre più dinamici per costringerli a reagire di fronte al dolore.

CINESIOLOGIA: l’articolazione del ginocchio (parte III)

11 Febbraio 2004 1 commento

I MENISCHI: LESIONI E TRATTAMENTI
1-INTRODUZIONE Le patologie meniscali sono sempre più numerose e spesso pongono dei problemi al terapeuta che si occupa d?ortopedia, di rieducazione o di medicina dello sport, sia dal punto di vista diagnostico che da quello terapeutico. Il nostro scopo è quello di fare un riassunto pratico e più esauriente possibile, un pro-memoria in ogni caso aperto anche alla discussione. E? evidente che ciò che si afferma è la verità del momento in cui si scrive ma che potrebbe non essere più così tra qualche anno. Ciò significa che le ricerche e le sperimentazioni potranno, nell?avvenire, modificare o modulare il nostro proposito.
2- ANATOMIA UTILE Definizione: I menischi sono delle fibro-cartilagini mobili situate nell’articolazione del ginocchio fra il femore in alto e la tibia in basso. La loro lunghezza va dai 4 ai 5 cm, la loro larghezza da 1 a 1,5 cm ed il loro spessore da 0,7 a 1 cm. Forme: Il menisco interno ha forma di mezza-luna o di C, il menisco esterno è un anello quasi intero a forma di O. Fissazione: Essi sono fissati ad altri elementi del ginocchio: davanti, attraverso i legamenti, alla rotula. Sui lati, alla capsula articolare, ed in particolare alla porzione interna del legamento mediale. Dietro, a 2 muscoli posteriori della coscia. Descrizione: Il corno anteriore: è la parte anteriore. Esso s’innesta sul piatto tibiale attraverso un legamento chiamato freno meniscale. Il corpo: è la parte media del menisco Il corno posteriore: è la parte posteriore. S’innesta ugualmente sul piatto tibiale attraverso un piccolo legamento. Il muro meniscale: è la parte più esterna e la più spessa. La sua caratteristica è quella di essere vascolarizzata. E’ importante sapere che i menischi sono degli elementi sospesi, come fluttuanti all’interno dell’articolazione. Si muovono e si deformano a secondo dei movimenti di flesso-estensione del ginocchio e di rotazione interna ed esterna della tibia rispetto al femore.
3-FISIOLOGIA Il loro ruolo naturale: consiste nel fungere da ammortizzatori elastici delle forze di compressione tra il femore e la tibia e di evitare l?usura delle cartilagini di queste due ossa. Il loro ruolo di stabilizzazione: essi partecipano anche alla stabilità antero-posteriore e laterale del ginocchio con i legamenti ed i tendini. Nei movimenti del ginocchio: durante l?estensione i menischi, spinti dai condili e tirati dai legamenti, si muovono in avanti, mentre durante la flessione si ritraggono, sempre spinti dai condili, ma tirati dalle inserzioni muscolari. Bisogna notare che il menisco esterno é due volte più mobile del menisco interno.
4- I SEGNI CLINICI SOGGETTIVI Una patologia meniscale è identificabile da due segni clinici specifici che sono innanzi tutto il dolore, segno essenziale, i blocchi e le ?ressauts? che sono invece segni secondari. Questi due tipi di segni corrispondono a due grandi famiglie di patologie: il ?menisco incidente? caratterizzato da blocchi e dolori, e il ?menisco malattia? caratterizzato da dolori spesso notturni o conseguenti a sforzi fisici. 5- I TEST La letteratura descrive un grande numero di test: di Oudart, di Bohler, di Mac Murry, di Payr, il ?Griding Test?, il test palpatorio comparativo dei due intervalli articolari. Ma pochi autori ci informano sulla sensibilità e la specificità del loro test. Ci si può domandare se si deve testare allo stesso modo sia un ?menisco incidente? che un ?menisco malattia?. Accenno di nozioni scientifiche: La specificità di un test: un test ha una specificità del 100% se permette di individuare solamente la lesione o la malattia che si sta cercando. Nel nostro caso solo le sofferenze e le lesioni meniscali. La sensibilità di un test: un test è sensibile al 100% se permette di individuare tutte le lesioni o tutte le malattie. Nel nostro caso un test dei menischi ha il 100% di sensibilità se è in grado di diagnosticare le sofferenze dovute a lesioni meniscali, a condropatie, a dolori proiettati dalla rotula, ecc? La predicibilità di un test: è la probabilità che una persona con un test positivo si ammalerà. Nel caso dei menischi la prevedibilità non è molto elevata, poiché anche se si possono rilevare numerosi segni clinici, non necessariamente questi sfoceranno in una malattia che necessiterà di terapie. Per le patologie meniscali, sia il menisco incidente che il menisco malattia, il test palpatorio comparativo ci sembra essere il più adatto. Poiché è il più semplice e il più rivelatore, a condizione però che venga fatto su tutta la circonferenza del menisco. 6- L?ICONOGRAFIA MEDICA Le radiografie: le lesioni meniscali non si vedono sulle radiografie normali. Solo le menisco-calcinosi si possono individuare. TAC e la RMN: in linea di massima, la TAC é un esame il cui fine é quello di osservare le ossa, la RMN ha quello di osservare i tessuti molli, quindi i menischi. Ma bisogna diffidare, poiché le immagini possono dare, anche se ben interpretate, dei falsi positivi e dei falsi negativi. Essi non sono dovuti a errori di interpretazione ma ad artefatti legati alla tecnica. In generale, si può comunque affermare che una RMN fornisce informazioni più complete di una TAC Discussione: Secondo il dottor Chambat di Lione, le lesioni meniscali, anche visibili con la RMN, non necessitano obbligatoriamente di un?artroscopia, poiché l?immagine non é affidabile al 100% e le possibilità di cicatrizzarsi sono sempre presenti.
7- LE PATOLOGIE TRAUMATICHE: ?il menisco incidenti? Sono sempre più frequenti e sono soprattutto legate alla pratica dello sport. 1- Nel bambino: Le patologie traumatiche: si verificano essenzialmente a livello del menisco interno e quindi le manifestazioni cliniche somigliano a quelle delle distorsioni del ginocchio. La diagnosi é molto difficile e spesso necessita dell?artroscopia diagnostica 2- Nell?adulto: le lesioni sono essenzialmente legate a dei traumi o a delle posizioni prolungate. Bisogna saper individuare le diverse patologie.
1) Lo schiacciamento meniscale: é un menisco che si trova ad essere ?schiacciato/pizzicato? in seguito ad uno sforzo, durante un?attività sportiva. Il menisco soffre e, all?esame, l?interlinea articolare é dolente. Si possono verificare dei dolori durante lo sforzo fisico, ma non nella vita quotidiana. L?errore più ricorrente é quello di confonderlo sia con una lesione sotto-condrale della tibia o del femore, che sopravviene con dei traumi della gamba in posizione estesa, sia con una patologia classica femoro-rotulea. Un altro possibile errore può essere quello di pensare immediatamente ad una lesione meniscale. Non bisogna ricorrere precocemente ad artroscopie chirurgiche. Anche un?eventuale RMN può essere posticipata, non c?é urgenza. Il trattamento consiste in una settimana di riposo, nell?assunzione di anti-infiammatori ed, eventualmente, una fasciatura contenitiva tipo Elastoplast. Se al termine di 15 giorni il dolore non passa, si può prendere in considerazione un?artroscopia o una RMN. 2) Le lesioni meniscali: si distinguono due tipi di lesioni del menisco: le lesioni isolate e le lesioni associate alla rottura del LCA o dei legamenti collaterali. A- Le lesioni isolate: I meccanismi di lesione: esistono essenzialmente 3 modi per fissurare il menisco: ? le lesioni da iper-compressione, che si verificano quando, in seguito ad un salto, si ricade con le gambe diritte (ne é un esempio saltare in piscina urtandone il fondo) ? in seguito ad una prolungata posizione accovacciata (come quando ci si inginocchia per raccogliere qualcosa), quando ci si rialza si sente un crac e un dolore. ? quando si subisce una torsione del ginocchio durante la marcia, per es. un brusco cambiamento di direzione I segni clinici soggettivi ?Innanzi tutto bisogna sapere che nei giovani i segni clinici consistono più frequentemente in blocchi articolari, mentre nei soggetti con età superiore ai 50 anni sono prevalenti i dolori locali. ?I dolori sottosforzo, ma senza blocco, si avvertono durante la salita e, più spesso, durante la discesa dalle scale ?Se quando il paziente si accovaccia non é in grado di sedersi sui talloni, avverte dolore quando si risolleva e si deve aiutare appoggiandosi, si tratta più spesso di un segnale di lesione del corno posteriore del menisco esterno. Ma questo sintomo può sparire entro un mese. Non bisogna dunque precipitarsi nel ricorrere ad un intervento. B – Le lesioni associate: Sono gli incidenti sportivi con apertura e torsione del ginocchio verso l?interno o l?esterno (varus rotazione interna o valgus rotazione esterna), il classico incidente da sci o da football. Sono associate a delle lesioni dei legamenti: legamento collaterale esterno o interno e, più spesso, legamento crociato anteriore (LCA). La loro terapia resta nell?ambito del trattamento conservatore o della chirurgia dei legamenti.

CINESIOLOGIA: l’articolazione del ginocchio (parte II)

11 Febbraio 2004 1 commento

LESIONE DEL CROCIATO ANTERIORE

INTRODUZIONE La traumatologia sportiva sollecita sempre di più il ginocchio; secondo alcuni autori il 25% dei traumi sportivi lo riguarda. All?interno di quest?articolazione il legamento crociato anteriore (L.C.A.) è spesso parzialmente o completamente leso. Insieme al dottor Pierre CHAMBAT, specialista della chirurgia del ginocchio, risponderemo a 25 domande essenziali che sorgono dopo un incidente, sportivo o non, che provoca una lesione del L.C.A., domande concentrate intorno a quattro temi principali: l?anatomo-fisiologia, la diagnosi, la chirurgia e la riabilitazione.
L?ANATOMIA E LA FISIOLOGIA Anatomicamente, che cos?è il LCA? PC: all?interno del ginocchio, ci sono due potenti legamenti chiamati legamenti crociati, perché sono effettivamente incrociati nei tre piani dello spazio, e uniscono i condili femorali ai piatti tibiali. Il LCA è teso dalla parte assiale posteriore del condilo esterno alla parte antero-interna del piatto tibiale. A fronte di una sezione di circa 1 cmq c?è una lunghezza di circa 3cm. E? il legamento dello sport. Vale a dire il legamento che consente di praticare dello sport, tutti gli sport. Quali sono le sue proprietà meccaniche? PC: e? molto meno resistente e molto più sollecitato del LCP. E? per quello che si rompe più spesso. La sua elasticità va dal 20 al 25%. La sua resistenza diminuisce con l?invecchiamento. Qual è la funzione del LCA? A cosa serve? PC: i due legamenti crociati sono il vero centro articolare del ginocchio; essi hanno il ruolo di perno. E? per questo che si chiamano perno centrale del ginocchio. Il LCA, in particolare, ha 4 funzioni essenziali: 1) Una funzione di coattazione del femore con la tibia: al fine di mantenere meglio, con l?aiuto del legamento crociato posteriore (LCP),
2) Nel piano frontale (di fronte): è innanzi tutto il legamento mediale (LM) che limita l?apertura laterale interna del ginocchio. E? soltanto quando il LM è rotto che viene sollecitato il perno centrale. Quando il ginocchio è flesso e in rotazione esterna, i legamenti sono meno tesi e la lassità aumenta. Questo corrisponde al primo caso di rottura citata. 3) Nel piano orizzontale: limita la rotazione interna della tibia rispetto al femore, in collegamento con le formazioni antero-esterne. Un movimento di rotazione interna forzata potrà dunque provocare la rottura del LCA, associata o non, o di una frattura-staccamento di Segond dovuta alla messa in tensione delle formazioni antero-esterne. Questo corrisponde al secondo caso di lesione citata. 4) Nel piano antero-posteriore (sagittale): è il primo freno alla traslazione anteriore della tibia rispetto al femore. E? per questo motivo che si rompe in caso di traslazione anteriore forzata. Questi sono il terzo e il quarto caso di lesione citate.
LA DIAGNOSI
LINK ANIMAZIONE

http://www.riabilitazioneortopedia.com/testi/ZoomRotazione.html

http://www.riabilitazioneortopedia.com/testi/Test%20LachmanFlash.html

Nel momento in cui si ha un incidente sportivo, ci sono delle sensazioni che possono far pensare ad una rottura del L.C.A.? P.C.: Se si parla unicamente della rottura del L.C.A. che corrisponde al primo incidente su un ginocchio normale, ci sono tre segni essenziali che possono far pensare ad una tale lesione: 1- la sensazione di un ?crac?, di uno strappo all?interno del ginocchio; 2- un?instabilità, l?arto inferiore non regge quando si cerca di rialzarsi; 3- un gonfiore del ginocchio nelle 24 ore dall?incidente che corrisponde ad un sanguinamento. Se sono presenti questi tre segni, c?è una buona probabilità di rottura del L.C.A. E il dolore? P.C.: E? molto variabile e non patognomonico della rottura. Può essere lancinante o moderato ed è dovuto soprattutto al sanguinamento intra-articolare che tende la capsula e ne provoca il dolore. Quali sono i meccanismi che causano la rottura del L.C.A.? P.C.: Esistono essenzialmente quattro meccanismi di rottura: 1- Il valgo-rotazione esterna della tibia rispetto al femore, per esempio quando si ha una divergenza dello sci sul quale lo sportivo resta in appoggio prima di cadere, o quando un calciatore con il piede bloccato sul terreno riceve una forte sollecitazione sul lato esterno del ginocchio che rientra all?interno. Con questo meccanismo si verifica prima di tutto la rottura del legamento collaterale mediale poi la rottura del L.C.A. 2- La traslazione anteriore della tibia rispetto al femore: si tratta di un meccanismo specifico dello sci dopo una caduta sui talloni. Gli scarponi da sci determinano una spinta in senso antero-posteriore sulla tibia e gli sciatori, soprattutto gli atleti, contraggono il quadricipite per evitare la caduta. L?azione simultanea del quadricipite e della spinta della calzatura determina la rottura de L.C.A. 3- Rotazione interna della tibia (piede all?interno) rispetto al femore; si tratta di un incidente che si verifica soltanto dopo un salto o dopo un movimento di ?pivot? sul ginocchio (basket, calcio, rugby). Il piede bloccato sul terreno rende il L.C.A vulnerabile in caso di rotazione esterna del femore rispetto alla tibia. 4- L?iper-estensione senza appoggio, che corrisponde al calcio a vuoto. Quando il paziente arriva dal medico o all?ospedale, cosa si deve fare? P.C.: Gli esami clinici e radiologici standard rappresentano i due poli essenziali di un corretto approccio diagnostico, la priorità di uno rispetto all?altro dipende dalla gravità del caso. Parliamo per prima cosa della radiografia standard che, sebbene sia spesso negativa, è indispensabile. Questa permette di visualizzare eventuali fratture intra-articolari e mette in evidenza possibili distacchi a livello dell?inserzione ossea dei legamenti (soprattutto nei bambini), o un distacco più tipico a livello del bordo antero-esterno del piatto tibiale esterno (frattura di Segond), che caratterizza una rottura del L.C.A. Eseguito l?esame radiologico, prima o poi, l?esame clinico è fondamentale. Due test sono patognomonici della rottura del L.C.A.: – il test di Lachman; – i test dinamici. In caso di lesione recente, con un ginocchio molto gonfio ed edematoso, è possibile solo il test di Lachman. Questo si esegue con il paziente disteso in posizione supina, con il ginocchio flesso a 10 – 15°, spingendo la tibia in avanti rispetto al femore. L?assenza del L.C.A. permette una traslazione anteriore della tibia che è ben percepita dall?esaminatore. Le sensazioni descritte dal paziente, più gli esami clinici permettono di fare la diagnosi del LCA ? PC: Si, nel più del 95% dei casi. E la risonanza magnetica (R.M.N.)? P.C.: Questa non deve servire, tranne che in qualche eccezione, per fare la diagnosi di rottura di L.C.A., dato che la diagnosi è essenzialmente clinica. Quest?esame qualche volta è richiesto per: – localizzare la sede della rottura (alta o bassa); – diagnosticare eventuali, anche se rare, rotture parziali; – evidenziare delle lesioni meniscali associate; -diagnosticare eventuali lesioni ossee sottocondrali non evidenziabili radiologicamente. Cosa intende per lesioni ossee sottocondrali? P.C.: Sono delle lesioni evidenziabili con la R.M.N., che corrispondono ad un?avvallamento dell?osso sottocondrale. Il riconoscimento di queste lesioni modifica la prognosi dato che esse rappresentano verosimilmente un fattore di rischio verso una evoluzione artrosica. Una lesione del L.C.A. (nell?ambito di una distorsione grave) può essere associata ad altre lesioni? P.C.: In effetti, il termine ?lesione isolata? del L.C.A. non è esatto; esistono sempre delle lesioni minime associate, che possono essere messe in secondo piano. Ma le lesioni associate possono essere più evidenti nel caso in cui sono interessati i menischi, le strutture legamentose periferiche, la cartilagine e l?osso. Esiste un momento più favorevole per una diagnosi precisa con il test di Lachman? P.C.: La qualità della diagnosi di rottura del LCA con il test di Lachman dipende dal numero di giorni che sono passati tra la data dell?incidente e la data della visita. Questa diagnosi si fa più facilmente prima che il ginocchio si gonfi e s?infiammi (prima di tre giorni) oppure dopo la scomparsa di questi fenomeni (cioè dopo quindici giorni). Quali sono gli errori di diagnosi possibili? P.C.: Nel caso di lesione recente, – il primo errore nella diagnosi è dovuto al fatto di non saper praticare in modo corretto il test di Lachman, e quindi di non riconoscere una rottura del LCA; – il secondo errore è di diagnosticare una rottura del legamento crociato posteriore (LCP); – il terzo errore è di dare importanza solo alle lesioni delle parti periferiche (legamenti laterali, menischi,) .
LA CHIRURGIA Domanda importante: chi operare? P.C.: Senza dubbio bisogna operare l?atleta professionista o il giovane sportivo attivo dato che gli sport in ?pivot? o gli sport ad alto livello sono incompatibili con l?assenza del L.C.A. L?indicazione si discute nello sportivo al di sopra di 35 anni; non è invece giustificata negli individui poco sportivi che devono valutare le proprie limitazioni prima di essere operati, e negli sportivi con più di 50 anni Perché questo limite dei 40 anni? P.C.: Perché statisticamente l?età è un fattore che influisce sul risultato finale, col rischio di una rigidità del ginocchio (rieducazione più difficile). Quali sono le tecniche chirurgiche? P.C.: Le suture semplici del L.C.A. sono state abbandonate. Se vengono praticate, sono sempre associate a dei rinforzi biologici quali i tendini della zampa d?oca (muscolo semi-tendinoso). Attualmente , il più delle volte, viene immediatamente realizzata una plastica al legamento utilizzando : – sia i muscoli della zampa d?oca, – sia il tendine rotuleo libero derivato dalla tecnica di Kenneth John, tecnica che ho adottato per realizzarla sotto il controllo artroscopico. Ogni tecnica ha i suoi vantaggi e i suoi inconvenienti. Per la tecnica di Kenneth Jones i vantaggi sono dati dalla buona affidabilità dovuta alla fissazione osso-legamento-osso che rende il trapianto ben solido; gli inconvenienti sono i dolori residui possibili nella sede del prelievo (punta della rotula, tendine rotuleo). Dopo la domanda chi operare, si pone il problema quando operare? P.C.: Teoricamente è preferibile differire l?intervento di un mese e mezzo, in modo che si allontanino tutti i fenomeni infiammatori e si ripristini la funzionalità articolare, onde evitare di aggiungere ad un ginocchio già sofferente un secondo trauma dovuto all?intervento. Durante questo periodo una buona rieducazione con recupero della escursione articolare e il ripristino del tono muscolare faciliteranno la riabilitazione e il recupero post-operatorio. Ma questo iter può essere modificato soprattutto per i professionisti, per i quali un mese e mezzo perduto all?inizio può rappresentare un handicap; in questi casi è possibile operare d?urgenza.
LA RIEDUCAZIONE Dopo l?intervento, che riabilitazione bisogna fare? P.C.: Bisogna prima di tutto sottolineare l?importanza della rieducazione, che rappresenta il 50% della qualità del risultato. Il programma si svolge in quattro fasi: 1)- Da 0 a 45 giorni: non è necessaria una immobilizzazione dell?arto e il paziente comincia ad appoggiarlo subito (dopo 24 ore dall?intervento) aiutandosi con due stampelle. Bisogna recuperare quanto più possibile l?escursione articolare in flessione ed in estensione senza recuperare il recurvato fisiologico, e ripristinare il tono muscolare (quadricipite ed ischiocrurali). 2)- Dai 45 ai 90 giorni: è il periodo che corrisponde alla fine del recupero della flessione e della protezione del recurvato, all?inizio della ginnastica propriocettiva, alla ripresa del lavoro muscolare che si farà senza precauzioni per i muscoli ischio-crurali, mentre per il quadricipite bisognerà eliminare tutti gli esercizi a catena aperta (piede nel vuoto) per concentratesi sul lavoro a catena chiusa (squat) in modo da non sollecitare il neolegamento. 3)- Dai 90 ai 150-180 giorni: corrisponde al periodo di preparazione alla ripresa dello sport con una ginnastica propriocettiva, ed un lavoro muscolare sempre protetto per il quadricipite. Rappresenta inoltre l?inizio della ripresa dello sport nell?asse (corsa, nuoto stile libero e bicicletta). Durante questo periodo per i giocatori di basket o di calcio è possibile iniziare un lavoro tecnico con il pallone. 4)- Dopo 180 giorni (fine del sesto mese): la ripresa dell?allenamento si fa alla fine di questo periodo. I pazienti non operati a cosa vanno incontro? P.C.: E? sempre degradante per un paziente sentirsi dire che è troppo vecchio o non abbastanza sportivo per aver diritto all?intervento, soprattutto oggi in cui lo sport ha un valore simbolico, ma questo aspetto della questione non deve farci cambiare opinione. Viceversa è fondamentale proporre un protocollo di rieducazione rigoroso simile a quello adottato per i pazienti operati, con controlli regolari fino alla ripresa dello sport. Cosa accade ad un ginocchio non operato? P.C.: Teoricamente la cicatrizzazione di un L.C.A. non è possibile, ma l?esperienza dimostra che se le sollecitazioni non riprendono subito dopo l?incidente è possibile avere una pseudo-cicatrizzazione che limita la lassità del ginocchio e lo rende compatibile con un?attività sportiva moderata. Questo è dovuto al fatto che in funzione del tipo di rottura è possibile che il legamento si riattacchi al legamento crociato posteriore o al femore recuperando una certa funzione meccanica. Lo scopo del protocollo di rieducazione attiva, nei pazienti non operati, è sicuramente quello di facilitare questa pseudo-cicatrizzazione e di recuperare una funzione articolare e muscolare idonea. Ma anche se questa pseudo-cicatrizzazione non si realizza bisogna sapere che l?assenza del L.C.A. è un handicap solo per svolgere un certo tipo di sport (in pivot), e che è sempre possibile fare dello sport portando una ginocchiera. Qual?è il programma di rieducazione per le ginocchia non operate? P.C.: Il programma è lo stesso di quello messo in atto per le ginocchia operate, essendo importante in entrambi i casi non sollecitare il L.C.A. E? diviso in 4 fase : -Nei 15 o 21 giorni che seguono il trauma è preferibile non caricare l?arto offeso e deambulare con delle stampelle, soprattutto se esiste una lesione periferica associata. Durante questo periodo, necessario alla scomparsa dei fenomeni infiammatori, inizierà, molto cautamente, il recupero dell?escursione articolare e la ripresa del tono muscolare. – Dai 21 ai 60 giorni si eseguirà un lavoro più attivo, sempre però con delle precauzioni: 1- la conservazione di una moderata flessione del ginocchio e soprattutto il non recupero del recurvato: per questo è consigliato deambulare con un rialzo di 1 cm sotto il tacco; 2- il lavoro del quadricipite in catena chiusa per ostacolare la cicatrizzazione. – Dai 60 ai 120 giorni, oltre alla continuazione della rieducazione, sarà possibile iniziare lo sport senza cambiamento di direzione, soprattutto la corsa, che è indispensabile per recuperare un certo tipo di sensazioni necessarie per permettere il passaggio allo stadio successivo. – A partire dai 120 giorni possono essere ripresi gli sport detti in ?pivot?, utilizzando una ginocchiera. Spesso per i poco sportivi questo programma permette di recuperare un ginocchio sufficientemente stabile per le loro attività.
E per coloro che hanno dei problemi di instabilità persistente? P.C.: Se malgrado questo trattamento conservativo persistono dei fenomeni di instabilità, che sono da considerare un fallimento del metodo usato, bisogna prendere in considerazione un intervento chirurgico. Il fatto di differire l?intervento di alcuni mesi non è un ostacolo per una buona riuscita dell?intervento e per un buon recupero, ed anche se del tempo è stato perso questo atteggiamento mi sembra preferibile a quello di operare indiscriminatamente tutti i L.C.A. rotti. Attualmente, per onestà scientifica, si dà la percentuale di riuscita degli interventi; qual è per il L.C.A.? P.C.: E? impossibile promettere un risultato perfetto al 100%. Attualmente la percentuale dei risultati buoni ed eccellenti si avvicina all?80%, ma i risultati giudicati insufficienti non sono in relazione con un trapianto del L.C.A fallito, che rappresenta meno del 5%, quanto piuttosto con delle sequele operatorie come la limitazione della flesso-estensione, il dolore o il gonfiore. Per quanto riguarda le ginocchia non operate, la percentuale di risultati buoni è più difficile da stabilire ma anche se non si arriva al risultato sperato, questo non può essere considerato come un fallimento, in quanto la possibilità di un intervento, a questo punto totalmente giustificato, permette di rimediare al problema. Operare o non operare, quale è il futuro di un ginocchio che ha subito una lesione del LCA? PC: Si diceva che le ginocchia operate si evolvevano meglio delle ginocchia non operate. Meno rischio d?artrosi e di lesione al menisco. Tutto dipende dalle popolazioni che vengono studiate. Per gli sportivi che continuano ad utilizzare in modo intensivo il loro ginocchio dopo l?intervento, i rischi d?artrosi persistono. Attualmente, da un punto di vista scientifico, non esiste alcuna prova che la chirurgia possa fare sparire il rischio d?artrosi. Si ha l?impressione che ci sono sempre più vittime di una lesione del LCA. A cosa è dovuto? PC: Per due ragioni molto semplici e che addizionate aumentano effettivamente il numero di queste lesioni. Innanzitutto c?è sempre più gente che fa dello sport e il livello di competizione è sempre più elevato. In oltre, i medici sanno sempre meglio diagnosticare questo tipo di lesioni.

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IL LEGAMENTO CROCIATO POSTERIORE:
TRATTAMENTO CONSERVATIVO E RIABILITAZIONE
Introduzione
Parlando di lesioni del Legamento Crociato Posteriore (LCP) dobbiamo distinguere: lesione parziale, lesioni complete isolate, lesioni combinate ed avulsioni ossee. Una lesione del LCP si considera isolata quando la traslazione posteriore della tibia è meno di 10 mm. Diminuisce con il ginocchio in intrarotazione, non è associata ad anomale lassità anteriore ed in varismo inoltre, non è presente un aumento superiore a 5° della extrarotazione dell’arto misurata con il ginocchio flesso a 30° e 90°. Quando la lesione del LCP non è isolata ovvero altre strutture legamentose sono interessate, l’indicazione terapeutica è chirurgica. Le avulsioni ossee vengono tratte chirurgicamente; il trattamento delle lesioni isolate complete o parziali è tuttora molto discusso.

Eziopatogenesi Il meccanismo lesionale è frequentemente un trauma diretto antero-posteriore così come avviene nella classica lesione da cruscotto. Ma il LCP può rompersi anche per una iperflessione od una violenta iperestensione del ginocchio. La letteratura fornisce percentuali di incidenza fra tutte le lesioni legamentose che variano dall’8% al 20%. L’analisi di alcuni studi multicentrici rivela che il trauma iniziale era nel 26% dei casi un incidente sportivo e nel 64% dei casi un incidente stradale, più spesso in moto; soprattutto in questi casi la lesione del LCP è frequentemente associata a politraumatismi (55% dei casi). Nell’ambito sportivo, si verifica più facilmente negli sport di contatto (30% dei casi). Riteniamo che la lesione del LCP sia probabilmente più frequente di quanto non venga diagnosticato proprio perchè spesso associata a complessi traumi dell’apparato scheletrico; la lesione legamentosa infatti, può essere misconosciuta sia per una reale difficoltà valutativa che per la priorità che di solito viene data in casi, al trattamento delle lesioni associate, talora interessanti organi vitali.
Anatomia Il LCP misura 38 mm x 13 mm. e risulta costituito da un sistema di fibre parallele che hanno un orientamento più diretto rispetto a quello elicoidale del LCA. Il LCP ha una larga zona di inserzione anteriormente nella gola intercondiloidea sul condilo mediale mentre a livello tibiale si inserisce nella superficie retrospinale all’incirca 1 cm. al di sotto della superficie del piatto. Possiamo distinguere 3 componenti: due fasci anteriore e posteriore di cui quello anteriore è il più robusto ed i legamenti menisco femorali di Humphrey e di Wrisberg. Il legamento menisco femorale posteriore di Wrisberg può talvolta essere largo quasi come metà del LCP su cui decorre obliquamente dirigendosi dal corno posteriore del menisco laterale fino al condilo femorale tibiale. Il movimento di flesso estensione modifica il grado di tensione dei due fasci: in particolare il fascio anteriore è teso in flessione e deteso in estensione, mentre quello posteriore è teso in estensione e deteso in flessione. Il legamento menisco femorale anteriore è più sottile e decorre anteriormente al LCP unitamente al quale si inserisce sul femore. Il LCP è il maggiore stabilizzatore della traslazione posteriore della tibia sui condili femorali. Il LCP appare essere più efficiente quando il ginocchio èin estensione completa ed assume una disposizione più orizzontale con il minor numero di fibre in tensione. Anche il ruolo svolto dai legamenti menisco femorali è particolarmente importante: essi trazionano il corno posteriore del menisco laterale anteriormente e medialmente ed in tal modo viene ad essere controbilanciata l’azione del m. popliteo che traziona il menisco esterno posteriormente. I legamenti menisco femorali unitamente al LCP costituiscono quindi u’unità anatomo funzionale direttamente correlata al sistema popliteo. Il legamento menisco femorale anteriore è più sottile e decorre anteriormente al LCP unitamente al quale si inserisce sul femore. Il LCP è il maggiore stabilizzatore della traslazione posteriore della tibia sui condili femorali. Il LCP appare essere più efficiente quando il ginocchio è in estensione completa ed assume una disposizione più orizzontale con il minor numero di fibre in tensione. Anche il ruolo svolto dai legamenti menisco femorali è particolarmente importante: essi trazionano il corno posteriore del menisco laterale anteriormente e medialmente ed in tal modo viene ad essere controbilanciata l’azione del m. popliteo che traziona il menisco esterno posteriormente. I legamenti menisco femorali, unitamente al LCP, costituiscono quindi un’unità anatomo funzionale direttamente correlata al sistema popliteo.

Trattamento I dati disponibili in letteratura riguardo alla naturale evoluzione nel tempo di una lesione del LCP non sono purtroppo dirimenti per una sicura scelta del migliore trattamento. Pochi sono gli studi prospettici con un lungo follow up che illustrino la storia naturale del soggetto sportivo che abbia subito una lesione isolata del LCP confrontando soggetti operati ad altri trattamenti incruentamente. Alcuni autori tra cui Parolie, Bergfeld, Keller e Shelbourne propendono per un trattamento conservativo nelle lesioni isolate del LCP: Shelbourne ha presentato un interessante studio sull’evoluzione del paziente trattato conservativamente: in un gruppo di 68 soggetti seguiti prospetticamente per oltre 5 anni e controllati annualmente, è risultato che non vi è stata differenza di risultato tra soggetti con lassità di grado 1 o 2 (5 mm. – 10 mm.). L’incidenza di successive lesioni meniscali è risultata bassa e l’instabilità invariata nel corso degli anni. I risultati soggettivi sono stati buoni e stabili nel tempo, non correlati con il grado di lassità, lÕetà del paziente od il tempo intercorso dall’evento traumatico. Secondo l’autore, la capacità dei pazienti nel ritornare alle comuni attività non si è mostrata proporzionale al grado di lassità e l’incidenza di degenerazione artrosica a distanza di 5 anni è stata relativamente bassa, comunque non peggiore nei soggetti che presentavano una maggiore instabilità. I risultati del trattamento conservativo mostrati da Shelbourne appaiono simili a quelli presentati da altri autori quali Clancy, Harner, Fanelli, Giannotti e altri che consigliano il trattamento chirurgico. In particolare Fanelli afferma che le lesioni isolate del LCP guariscono se trattate incruentamente ma non tutte vanno bene, mentre quelle associate ad altre lesioni vanno quasi tutte male se trattate incruentamente. L’autore pone molta importanza alla misurazione della traslazione posteriore della tibia misurata con lassitometro oltre ad un esame artroscopico per meglio valutare il tipo di lesione ed eventuali associazioni. Alcuni autori hanno riportato buoni risultati funzionali a lungo termine nelle lesioni trattate conservativamente, con un ritorno all’attività sportiva al medesimo livello praticato prima della lesione tuttavia, a distanza di qualche anno, hanno riscontrato sofferenza della femoro-rotulea ed alterazioni artrosiche del compartimento interno. Tali patologie degenerative vengono attribuite all’alterata biomeccanica dell’apparato estensore che deve costantemente opporsi alla traslazione posteriore della tibia. La femoro-rotulea risulta quindi sottoposta ad un notevole sovraccarico che ne causa l’usura. A seguito della rottura LCP è necessario contrastare una traslazione posteriore della tibia determinata dalla forza di gravità. La limitazione di queste forze di traslazione favorisce la formazione di un tessuto di riparazione di buona qualità, con un modulo d’elasticità ed una resistenza alla trazione simile a quella del tessuto legamentoso sano. Una precoce mobilizzazione del ginocchio risulta un elemento indispensabile per favorire la formazione di un collagene di buona qualità con delle fibre di diametro sufficiente e dotate di un corretto orientamento. La mobilizzazione dovrà comunque essere effettuata in modo da evitare l’effetto della forza di gravità che comporterebbe un inevitabile allungamento del legamento stesso. Bisogna quindi distinguere le lesioni acute da quelle croniche, isolate od associate, con o senza avulsione ossea ed interstiziali o complete. Noi tratteremo solo le lesioni che possono essere trattate incruentamente. Lesione isolata acuta: traslazione posteriore della tibia minore di 10 mm. (grado 1/2). Esclusa la presenza di danni cartilaginei o meniscali, prevediamo una fase iniziale di riposo e l’utilizzo di un tutore o bendaggio funzionale con carico parziale sull’arto infortunato. Seguirà un preciso programma riabilitativo. Lesione isolata cronica: Prevediamo un immediato inizio del trattamento FKT, una modifica della attività sportive del soggetto, ed un attento monitoraggio del paziente nel corso degli anni, con esame clinico, RMN e talora scintigrafia se compare sintomatologia dolorosa. Eventuale propensione per il trattamento chirurgico se il quadro clinico lo richiede.
Riabilitazione
La riabilitazione nel trattamento della lesione del LCP si basa su alcuni concetti fondamentali:
-contrastare la forza di gravità che tende ad allungare il legamento in via di cicatrizzazione,
- ripristinare gradualmente la completa flessione del ginocchio evitando precoci esercizi in catena cinetica aperta.
Il protocollo di riabilitazione da noi adottato segue alcune fasi:
- riduzione del versamento e dell’infiammazione articolare,
- recupero dell’articolarità,
- recupero della forza muscolare,
- recupero della coordinazione della stabilità funzionale,
- recupero del gesto atletico e ritorno allo sport.
Nella fase acuta conseguente al trauma, consigliamo di confezionare un bendaggio funzionale protettivo e l’elevazione dell’arto utilizzando un sostegno sotto al polpaccio ed appoggiando la gamba ad arto esteso su di un cuscino in modo da ottenere una spinta postero-anteriore. Carico sfiorato con due stampelle, ghiaccio, riposo ed eventuale terapia con antinfiammatori sono fondamentali per un precoce decongestionamento articolare. Nel caso di una lesione totale conclamata può essere sufficiente ripetere 2 volte il bendaggio prima di procedere alla mobilizzazione e al carico libero. La difficoltà diagnostica ci spinge spesso ad ulteriori precauzioni; consigliamo così l’utilizzo di un tutore articolato per 4 settimane. La prima settimana bloccato in estensione e poi liberato in flessione di 20° alla settimana. Il recupero della flessione deve essere graduale per evitare tensioni eccessive sul legamento lesionato. Superando gli 80° anche la contrazione del quadricipite non ottiene più una traslazione anteriore, bensì posteriore. Resta comunque fondamentale un precoce utilizzo del quadricipite, sia quale naturale antagonista della traslazione posteriore, sia a scopo preventivo di problemi alla fomoro rotulea, principale complicazione nelle lesioni del LCP. Il sovraccarico rotuleo causato dal super lavoro a cui è costretto il quadricipite per opporsi alla traslazione posteriore può essere alleviato da un corretto utilizzo dei gemelli quali “posteriorizzatori” del femore ed estensori del ginocchio. Anche per questo motivo il lavoro in catena chiusa è precocemente programmato ed incoraggiato. Nelle prime settimane viene effettuato esclusivamente contro resistenza manuale del terapista (che può eventualmente sorreggere la tibia) od in acqua dove il carico è minore ed il liquido diminuisce la forza peso e l’eventuale traslazione posteriore. Il lavoro attivo in catena cinetica aperta degli ischio peroneo tibiali va introdotto moto gradualmente e dolcemente. La traslazione posteriore della tibia provocata dalla loro contrazione potrebbe infatti stirare dannosamente il crociato posteriore. In una lesione parziale attendiamo 6/8 settimane, mentre nel caso di una certa lesione totale 4 settimane. Dopo un mese effettuiamo elettrostimolazioni dei muscoli flessori, posizionando il paziente su di un leg extensor con gamba flessa a 30°, chiedendo al paziente una contemporanea contrazione del quadricipite in grado di contrastare la traslazione posteriore indotta dai flessori. Dopo le prime esercitazioni controresistenza manuale del terapista si introduce il lavoro concentrico ed eccentrico con le macchine, avendo l’accortezza di posizionare il tampone in posizione più prossimale possibile. L’utilizzo dell’isocinetica viene rimandato a 90 giorni nel caso di lesione parziale e 70 giorni nel caso di lesione totale. Come sempre la parte più corposa del nostro lavoro la svolgiamo con tutte quelle esercitazioni propriocettive volte al ripristino del più completo “padroneggiamento” dell’articolazione in condizioni statiche e dinamiche. Il paziente non sportivo ancora più dell’atleta deve riprendere il controllo e la fiducia nell’arto infortunato, utilizzandolo nel modo più completo, evitando pericolose asimmetrie nel movimento. Dopo i primi esercizi conoscitivi si arriva alla esecuzione di veri e propri percorsi con piani instabili su cui l’atleta deve saltare da una tavoletta all’altra in situazione di difficoltà crescente. A tre mesi per una lesione totale e a quattro per una parziale si iniziano le prime attività preatletiche e peculiari della propria specialità sportiva. Effettuato il primo test isocinetico comparativo, nel caso di un sufficiente equilibrio muscolare (circa il 20%) viene incoraggiata la graduale ripresa dell’attività. Ricordiamo che il nostro obiettivo è il raggiungimento di un equilibrio estensori/flessori corretto (3:2) e non vogliamo ottenere un superquadricipite con degli ischiocrurali inefficienti. Consegnato un programma di lavoro specifico di mantenimento il ritorno allo sport vero e proprio viene deciso di comune accordo da medico, terapista ed allenatore non prima di 6/7 mesi dall’inizio del trattamento.

CINESIOLOGIA: l’articolazione del ginocchio (parte I)

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CENNI SULLA TRAUMATOLOGIA DEL GINOCCHIO
E? un?articolazione complessa, sottoposta a forze che si esprimono contemporaneamente su più piani, sottoponendo le strutture ossee, capsulari, meniscali, legamentose e miotendinee a notevoli sollecitazioni; l?esecuzione scorretta del gesto atletico, un improvviso sovraccarico funzionale al ginocchio, un contrasto con piede fisso a terra possono produrre lesioni acute.
Tra le strutture maggiormente colpite da fatti acuti vi sono sicuramente i menischi. Per ogni ginocchio ve ne sono due, uno detto mediale l?altro laterale, di forma grossolanamente a ferro di cavallo adagiati sulla superficie tibiale dell?articolazione del ginocchio. Essi sono addossati e fusi con la capsula articolare, possiedono una discreta mobilità e deformabilità che consente loro di adattarsi ai mutamenti spaziali che si verificano durante i diversi movimenti articolari; la loro funzione è di stabilizzare il movimento di scivolamento e rotolamento dell?estremità femorale, grossolanamente sferica, su una superficie piatta quale è quella della tibia.
Rottura del menisco
Quando una od entrambe queste strutture, o per un movimento sbagliato o per uno sbilanciamento dell?atleta, rimangono ” intrappolate” tra il femore e la tibia vengono contuse o lacerate.
Sintomi
Il quadro clinico solitamente è di vivo dolore, con impossibilità a poggiare a terra l?arto colpito; soventemente il ginocchio si gonfia rendendo il dolore più acuto.
Diagnosi e trattamento
La diagnosi di rottura meniscale nella gran parte dei casi indirizza all?intervento chirurgico, solitamente condotto in artroscopia; mediante tale intervento che prevede piccole incisioni si procede a seconda dei casi a riparazione meniscale o più frequentemente a sezione della parte lesa del menisco.
I postumi sono generalmente poco rilevanti nel medio periodo ed il recupero assai rapido.
Rottura dei legamenti crociati
I legamenti crociati, anteriore e posteriore, alloggiati all?interno del ginocchio sono tesi tra il femore e la tibia incrociandosi l?un con l?altro; la funzione biomeccanica è di stabilizzare reciprocamente durante il movimento l?articolazione del ginocchio.
Come per i menischi un?anomala energia impressa ai legamenti da movimenti abnormi può causarne una distensione tale da provocarne la rottura parziale o totale.
Sintomi
La sintomatologia è simile a quella della rottura meniscale; raramente vi è la rottura di entrambi i legamenti ed è da sottolineare che quello che più frequentemente si danneggia è l?anteriore.
Il grado di lesione e d?instabilità guida la scelta terapeutica. Nelle lesioni complete l?unica soluzione è l?intervento di plastica legamentosa, ovvero della ricostruzione del legamento rotto utilizzando dei segmenti tendinei.
Lesioni dei legamenti mediale e collaterale
Oltre ai legamenti crociati esistono altri due legamenti assai importanti per la stabilità del ginocchio: Il legamento collaterale mediale e collaterale laterale. Essi decorrono ai lati del ginocchio ed il loro compito è di stabilizzare l?articolazione nei movimenti di traslazione laterale . Tra i due il più frequentemente interessato da lesioni acute è il collaterale mediale che nella maggior parte dei casi subisce lesioni parziali che ben riparano con un?adeguata immobilizzazione. Altre volte invece la lesione è così profonda che l?unica soluzione è l?intervento chirurgico per riparare e ritendere il legamento rotto.
Lesioni complesse del ginocchio
Nei casi più gravi le lesioni vengono definite complesse quando due o più strutture articolari vengono coinvolte ( p.e. rottura meniscale e lesione legamentosa sia del crociato anteriore che del collaterale mediale); la soluzione chirurgica diviene indispensabile per restituire stabilità al ginocchio, ma è evidente che vi saranno evidenti postumi del trauma subito ed i tempi di recupero risulteranno assai lunghi.

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IL PROBLEMA GINOCCHIO NEL CALCIO

Il ginocchio cede e il giocatore cade a terra dolorante; si rialzerà forse tra sei mesi, dopo un intervento e la riabilitazione, pronto a rischiare nuovamente tendini e legamenti pur di praticare uno sport che ne mette a dura prova la resistenza.
Le ginocchia di Roberto Baggio e di Ronaldo sono tra le più famose, ma non sono certo le uniche a essersi infortunate dopo anni di calcio giocato a livello professionistico. La lista è in realtà lunghissima e, anche limitando l?attenzione soltanto alla serie A nella scorsa stagione, si può constatare che gli infortuni hanno fermato ginocchia preziose come quelle di Enrico Chiesa, Paolo Maldini, Marcelo Salas e Gianluca Pessotto.
Grazie anche ai casi più famosi, l?infortunio al ginocchio è oggi considerato talmente ?normale? per un calciatore che si dimentica la domanda più spontanea: perché questo tipo di incidente è più frequente per esempio di quello alla caviglia, un?articolazione in apparenza più fragile, costantemente sotto sforzo e molto esposta in caso di scontri di gioco?

Un mestiere pericoloso per le ginocchia: cosa raccontano i dati
L?unica statistica disponibile riguardante il campionato italiano, commissionata dal Settore tecnico di Coverciano, raggruppa gli infortuni in grandi categorie e riporta che tra il 1995 e il 1997 in serie A sono stati registrati circa 2.500 infortuni, ossia una media di due e mezzo al giorno. Quello del calciatore sembra essere dunque un lavoro piuttosto pericoloso.
Per capire nello specifico la frequenza dell?infortunio al ginocchio bisogna però cercare nella letteratura scientifica prodotta all?estero: una ricerca condotta negli Stati Uniti dimostra che il 13,5 per cento di tutti gli infortuni occorsi nel 2001 ai calciatori della Major League ha riguardato il ginocchio, mentre l?11,5 per cento la caviglia. Anche uno studio finlandese, pubblicato nel 1995 e condotto su giovani giocatori di calcio a livello agonistico, arriva alle medesime conclusioni: gli infortuni che riguardano il ginocchio (21,5% del totale) superano, anche se di poco, gli incidenti alla caviglia (20,5%).

Un’articolazione delicata
Il ginocchio è un?articolazione delicata e complessa. Tutti i legamenti, i tendini e le cartilagini che ne fanno parte e che consentono i movimenti articolati di coscia e polpaccio possono essere interessati dagli infortuni. La lesione del legamento crociato anteriore è la più frequente e nella scorsa stagione ha condizionato il campionato di Baggio, Pessotto, Simeone, Comandini, Bertotto, Macellari, Redondo, Vivas e Salas solo per fare i nomi più noti. La lesione del legamento collaterale mediale ha fermato Maldini, Inzagni, Costacurta e Guardiola; quella del tendine rotuleo ha causato la disperazione di Ronaldo e Chiesa; problemi al menisco hanno portato in ospedale Montella, Nesta, Ambrosini, Sosa e Frick.
L?abbinamento tra il tipo di infortunio occorso e il nome di calciatori famosi vuole solo ricordare che la loro assenza dai campi di calcio, apparsa evidente ai tifosi soprattutto durante gli incontri decisivi, aveva una causa comune: la fragilità dell?articolazione del ginocchio, una debolezza tipica del calciatore che potrebbe avere finalmente trovato una spiegazione scientifica.

Come si sviluppa il ?ginocchio del calciatore?
Uno studio belga ha recentemente dimostrato che la causa del problema va ricercata nell?infanzia, ossia nell?assidua preparazione fisica che i campioni hanno sicuramente seguito quando erano ragazzini.
Secondo Erik Witvrouw, traumatologo e ricercatore dell?università belga di Ghent, giocare a calcio con continuità nell?età della crescita causa il cosiddetto ginocchio varo, ossia la curvatura delle gambe verso l?esterno. Lo studioso e i suoi collaboratori hanno seguito nel tempo un gruppo di giovani calciatori e hanno constatato che la deformazione, che si sviluppa principalmente tra i 13 e i 18 anni, è all?origine di quella debolezza del menisco e dei legamenti che causerà in seguito gli infortuni più frequenti.
La deformazione del ginocchio nasce da uno sbilanciamento tra due gruppi di muscoli: gli adduttori, che consentono di avvicinare la gamba al corpo e gli abduttori, che danno luogo al gesto opposto, l?allontanamento della gamba. L?origine dell?anomalia si trova proprio nelle peculiarità del gioco: calciare la palla richiede una maggiore contrazione dei muscoli della parte interna della coscia (adduttori) rispetto a quella dei muscoli esterni (abduttori) mentre la semplice corsa, per fare un paragone, richiede uno sforzo bilanciato dei diversi gruppi muscolari.
L?asimmetria che giocare a calcio crea tra i due gruppi di muscoli, con gli adduttori più corti e forti degli abduttori, risulta dopo anni di pratica in una pressione diseguale sull?articolazione del ginocchio che viene spinta verso l?esterno.

Una cura dal nome semplice: prevenzione
Una volta individuata la causa, il ricercatore spiega quale potrebbe essere la ?cura?. Poiché la deformazione si sviluppa lentamente durante l?età della crescita, bisogna prendere provvedimenti proprio in quel periodo proponendo ai ragazzini un tipo di allenamento che potrebbe essere definito preventivo. La soluzione sarebbe dunque nelle mani degli allenatori e degli staff medici delle squadre giovanili: controbilanciare l?allenamento consueto con esercizi specificamente volti a rafforzare gli abduttori e ad allungare gli adduttori.
?Per rafforzare gli abduttori nel modo corretto bisogna eseguire assiduamente esercizi come il sollevamento laterale della gamba; per allungare gli adduttori occorre avere costanza nel fare esercizi di stretching? spiega Witvrouw, interrogato sulle conseguenze pratiche del risultato delle sue ricerche; ?perché la prevenzione sia realmente efficace, inoltre, bisognerebbe cambiare la mentalità degli allenatori e far capire che la preparazione fisica deve essere varia e comprendere anche gesti atletici differenti dal calciare la palla?.
E infine, a voler rassicurare i giovani appassionati che di prendere a calci il pallone non possono fare a meno, aggiunge: ?Io e i miei colleghi siamo certi che giocare a calcio nell?età della crescita possa essere considerata un?attività a basso rischio per la salute dei futuri campioni e tuttavia, sulla base dei dati scientifici, siamo altrettanto convinti che questo sport debba essere reso ancora più sicuro dall?adozione di semplici misure di prevenzione?. E? questa, secondo Witvrouw, la strada per fare in modo che l?immagine del giocatore urlante, che cade tenendosi il ginocchio, diventi in futuro un evento più raro.

***TECNICHE DI RICONOSCIMENTO DEI TRAUMI AL GINOCCHIO

- Manovra di Apley: il test si esegue con paziente prono sul lettino ed il ginocchio flesso a 90°. Il medico comprime l?articolazione del ginocchio esercitando una pressione sulla pianta del piede; il piede viene ruotato all?interno ed all?esterno. Questo test è utile per l?accertamento di lacerazioni meniscali e dei legamenti collaterali.
- Manovra di McMurray: con paziente supino, con l?anca flessa a 90° ed il ginocchio flesso, il medico ruota il piede all?interno per valutare le strutture laterali ed all?esterno per quelle mediali, estendendo e flettendo il ginocchio. Si può percepire un click con la combinazione di rotazione interna ed estensione in caso di lesione del menisco laterale e con la combinazione di rotazione esterna ed estensione nelle lesioni del menisco mediale.
- Segno del cassetto anteriore: con paziente supino, con l?anca flessa a 45° e ginocchio flesso a 90°, il medico si siede sul piede del paziente, afferra la tibia prossimale con entrambe le mani e tira con energia verso di sé. Movimenti anteriori oltre un centimetro sono indicativi di una lesione del legamento crociato anteriore.
- Segno del cassetto posteriore: la posizione del medico e del paziente è uguale a quella descritta nel cassetto anteriore, ma il medico in questo caso deve spingere la tibia verso il paziente. Lo spostamento posteriore abnorme della tibia prossimale sul femore distale, rispetto al ginocchio sano, è indicativo di lesione del legamento crociato posteriore.
- Test di Smillie: quando l?esaminatore cerca di lussare la rotula con il ginocchio flesso a 30°, il paziente percepisce il dolore, manifesta chiaramente la paura che la rotula possa dislocarsi lateralmente, ovvero la rotula si lussa chiaramente.
- Jerk test (instabilità rotatoria antero-laterale): nel paziente in posizione supina, con anca flessa a 45° e ginocchio flesso a 90°, la tibia viene ruotata all?interno agendo su piede e caviglia ed esercitando una pressione sulla estremità prossimale della fibula mentre si applica una sollecitazione in valgo sulla superficie laterale del piatto tibiale; successivamente si estende progressivamente e completamente il ginocchio. La positività del test viene data dalla: a) sublussazione del piatto tibiale durante l?estensione del ginocchio fino alla posizione di 40° di flessione, b) riduzione della sublussazione del piatto tibiale alla massima estensione, c) riduzione della sublussazione a 90° di flessione del ginocchio. La sublussazione improvvisa nel passaggio dalla flessione all?estensione del ginocchio e la successiva riduzione avvertite alla massima estensione e nella flessione a 90° confermano la positività del test.
- Lachman test: è considerato il più sensibile per le lesioni del legamento crociato anteriore. Con il paziente in posizione supina, il medico sostiene il ginocchio tra i 20° di flessione e l?estensione completa. Una delle mani dell?esaminatore stabilizza il femore distale mentre la tibia prossimale viene traslata anteriormente dall?altra mano. In condizioni normali si riscontra un minimo spostamento anteriore della tibia rispetto al femore od una traslazione anteriore con un punto terminale ben netto. Un punto terminale non ben definito è indicativo di una lesione del legamento crociato anteriore.

- McMurray test (menischi): Se i condili femorali si muovono al di sopra di un frammento meniscale sollevato, essi producono un rumore secco (?click?) e possono evocare una sintomatologia dolorosa. Questo click doloroso può essere risvegliato o ulteriormente accentuato se i condili femorali e tibiali sono sospinti gli uni contro gli altri, manovra che provoca una compressione dei menischi. La comparsa in condizioni simili di un click doloroso o soltanto di dolore, suggerisce la presenza di una lesione meniscale, sebbene non si tratti di un test totalmente affidabile: il sintomo potrebbe originare da un menisco sano che si muove al di sopra di una cartilagine articolare degenerata.
Nel test di Mc Murray, il paziente è supino; con la mano caudale si afferra il piede o dal davanti sul tarso o dal basso al calcagno; si porta il ginocchio in flessione completa sull?anca flessa. La mano craniale è posta sull?articolazione del ginocchio con le dita sull?emirima articolare mediale e con il pollice e l?eminenza tenar contro l?emirima laterale. Con la mano caudale si ruota la tibia all?interno e all?esterno per rilasciare l?articolazione. Quindi si sollecita il ginocchio in valgo, mentre nello stesso tempo si ruota la tibia all?esterno. Mantenendo la sollecitazione in valgo e la rotazione esterna si estende il ginocchio lentamente, continuando a palpare l?emirima mediale. La rotazione esterna della tibia determina l?angolazione in avanti del legamento collaterale mediale e il conseguente sollevamento del condilo tibiale mediale contro il femore con la compressione del menisco mediale. Il manifestarsi di un ?click? doloroso alla faccia interna del ginocchio suggerisce il sospetto di una lesione meniscale mediale.
La manovra inversa (sollecitazione in varo e rotazione interna)ed il dolore alla faccia esterna del ginocchio segnalano invece il sospetto di una lesione del menisco laterale; infatti la rotazione interna della tibia determina l?angolazione in avanti del legamento collaterale laterale e il sollevamento del condilo tibiale laterale contro il femore, comprimendo il menisco laterale.
La manovra di Mc Murray permette di rilevare una lesione dei corni meniscali, specialmente del corno posteriore, quando il frammento peduncolato di fibrocartilagine, compresso fra la superficie prossimale tibiale e i condili femorali, è causa del dolore. La comparsa di dolore nella flessione forzata di ginocchio è sufficiente per suggerire il sospetto di una lesione dei corni meniscali posteriori; infatti queste porzioni meniscali scivolano all?indietro durante la flessione di ginocchio e sono compressi fra la superficie prossimale della tibia e i condili femorali. Mentre la comparsa del dolore in estensione forzata di ginocchio suggerisce il sospetto di una lesione dei corni meniscali anteriori; infatti, nell?estensione, i menischi tendono a slittare in avanti ed i corni anteriori subiscono una compressione tra i condili tibiali e femorali. Una sintomatologia evocabile a 90° di flessione del ginocchio indica una lesione del corpo del menisco.
Il test non deve essere eseguito nella fase acuta e nel caso di una lesione del legamento collaterale (la rotazione può aggravare il legamento collaterale danneggiato e dare una falsa prova positiva di Mc Murray).
I risultati dell?esame clinico devono essere valutati assieme ad una anamnesi che comprenda episodi di cedimento, blocco funzionale o versamento articolare ricorrente. Comunque la diagnosi di una lesione meniscale non è mai esclusivamente clinica, come non lo può essere la localizzazione. Nel sospetto di una lesione meniscale trova indicazione una RMN ed eventualmente un?artroscopia.

CINESIOLOGIA: cenni generali e paramorfismi

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CENNI GENERALI
La stazione eretta nell’Homo Sapiens ha offerto numerosi vantaggi nel corso dell’evoluzione. Ha liberato gli arti superiori o anteriori dalla deambulazione, migliorando e affinando tutte le capacità prensili e le abilità manipolatorie. Nel corso dei millenni la colonna si è adattata alle stimolazioni dell’ambiente, modellandosi nelle curve del rachide, denominate: cifosi sacrale, lordosi lombare, cifosi dorsale e lordosi cervicale; allo scopo di distribuire i carichi e le compressioni ed aumentare la propria resistenza.
Si è ispessita nella zona lombare, dove le compressioni e le sollecitazioni sono maggiori. Questo processo evolutivo, secondo gli esperti, è attualmente in corso; per questo motivo le statistiche indicano che una persona ogni cinque, soffre di mal di schiena. Per effetto del naturale processo d’invecchiamento, tutti, alla fine dobbiamo fare i conti con algie (dolori) della colonna vertebrale. Le cause sono divisibili in genetiche, di natura ereditaria ed extragenetiche, condizionate da uno stile di vita errato.
Lo stile di vita errato può essere riassunto in:
VITA SEDENTARIA, la mancanza o insufficienza di movimento.
IPOTONIA MUSCOLARE, conseguenza di una vita sedentaria.
SOVRAPPESO, grava sulla colonna, continuamente.
POSTURE SCORRETTE, che favoriscono problemi sul rachide.
ATTIVITA’, lavorative o sportive. Esistono attività professionali a rischio, insegna la medicina del lavoro. Lo sport agonistico, sempre a rischio. Lo dice la parola stessa, agonismo deriva da “agonia”, disposti a qualsiasi sacrificio per produrre una prestazione.
Il Fitness ed il Body Building non agonistico hanno come obiettivo la salute e la bellezza dell’individuo. Per questi motivi queste attività dovrebbero nascere da un intelligente e personalizzato programma d’allenamento. E’ quello che rende interessante e divertente il lavoro in Palestra.
I danni alla colonna seguono un gradiente di pericolosità, distinguiamo i Paramorfismi e i Dimorfismi.
I PARAMORFISMI: sono interessati principalmente i muscoli ed i legamenti, l’ossatura è ancora sana. E’ il classico campanello d’allarme, sono le prime avvisaglie di sensazioni dolorifiche diffuse abitualmente alla bassa schiena, spesso con gravi processi infiammatori dei muscoli lombari e glutei.
Continuando una stimolazione sostanzialmente errata, i paramorfismi possono degenerare in dimorfismi.
I DISMORFISMI: il “danno” o patologia da sovraccarico interessa l’apparato osteoarticolare. A questo punto è tardi per ogni possibile recupero; la struttura è danneggiata inesorabilmente. In alcuni casi l’intervento chirurgico è necessario (spesso l’ernia al disco).
IN PALESTRA GLI ESERCIZI DANNOSI SONO:
Tutti quelli che prevedono un carico diretto sulla colonna e quelli che caricano la colonna indirettamente.
Gli esercizi più pericolosi che prevedono un carico diretto sono:
Squat con bilanciere, Squat con Multy Power, Squat alla macchina, affondi con bilanciere, affondi con manubri, Leg press orizzontale, eseguita con lo schienale reclinato, Leg press eseguita senza accorgimenti fisiologici utili ad evitare l’anterotazione dell’anca durante la fase negativa, Calf in piedi, lento avanti in piedi, lento dietro in ogni caso (pericolosissimo).
Gli esercizi più pericolosi che caricano indirettamente la colonna sono:
Scrollate, Stacchi da terra (pericolosissimo), pone la colonna in una posizione sfavorevole rispetto il suo braccio di leva, Good Morning con bilanciere (terribile), French press in piedi, quasi come il lento dietro, pericolosissimo; sit up sulla panca con vincolo alle caviglie (enorme la stimolazione allo psoas iliaco).
Questi esercizi possono essere sostituiti da altri, ugualmente efficaci per stimolare al meglio la muscolatura senza devastare la struttura ossea. Gli esercizi più indicati ed i loro indispensabili accorgimenti fisiologici devono essere il risultato di un’attenta analisi della struttura eseguita sul soggetto, prima dell’avvio alla sala pesi.

Un link molto interessante sugli effetti degli sport condotti in modo errato o estremo e’ riportati qui’ di seguito:

http://web.infinito.it/utenti/m/mezieres/

da visitare sono le sezioni sport”legend” e urban”legend”

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CENNI SUI PARAMORFISMI
I paramorfismi sono delle modificazioni della simmetria dell’apparato locomotore che non presuppongono una alterazione della parte scheletrica. Sono piuttosto dei vizi di posizione che possono essere corretti cambiando la postura. Questo ha dato origine ad una specializzazione della ginnastica chiamata correttiva. La ginnastica aiuta a superare il problema in modo diretto con lo sviluppo dei muscoli coinvolti, e in un modo indiretto favorendo una maggiore accettazione del proprio corpo!
Vediamo alcuni paramorfismi:
Le scapole alate – Consistono in un atteggiamento delle scapole che non aderiscono alla parete toracica. Nel loro bordo interno appaiono sollevate e spesso la scapola è orientata con una obliquità in avanti e verso l’esterno. Dal punto di vista muscolare manca la stabilizzazione della muscolatura del cingolo scapolare e in particolare del muscolo gran dentato.
L’esercizio migliore consiste nel nuotare: le circonduzioni degli arti superiori che avvengono ad ogni bracciata rappresentano un ottimo stimolo per il cingolo scapolare.
Ovviamente anche in palestra si può fare qualcosa di buono. In particolare va potenziata la muscolatura del cingolo con particolare riferimento al gran dentato e al trapezio centrale.
E’ meno importante l’allenamento del gran dorsale perché questo muscolo non si inserisce sulla scapola ma direttamente sull’omero. Per questo eseguire il Lat-machine non è specifico.
Il Gran Dentato viene sollecitato molto bene dal Pullover; per il trapezio centrale invece è indicato il rematore con il tronco disteso prono su una panca.
Sono pure indicate le Alzate laterali per il deltoide posteriore, in questo esercizio si verifica sempre un scorrimento della scapola sulla superficie toracica mediato dal trapezio centrale. L’esercizio seguente va eseguito sempre disteso con il tronco prono appoggiato su una panca.
Comunque tutti i esercizi del cingolo scapolare coinvolgono i due muscoli importanti per ridurre le scapole alate! Il gran dentato e il trapezio centrale devono comunque intervenire per stabilizzare la scapola nei movimenti di circonduzione del braccio
Atteggiamento Cifotico – Consiste in un aumento della curvatura della cifosi dorsale. La cifosi dorsale è una delle 4 curve fisiologiche della colonne vertebrale. Pertanto anche se nel linguaggio corrente si parla abitualmente di “Cifosi dorsale” bisogna intendersi quando ci si riferisca ad un atteggiamento di ipercifosi dorsale.
L’atteggiamento cifotico si caratterizza dall’aumento della curva della normale cifosi dorsale. Il soggetto è curvo in avanti e il torace è incassato. Se si osserva il soggetto di profilo si può constatare come per compensazione è aumentata la Lordosi Lombare e la muscolatura addominale è rilassata.
All’atteggiamento cifotico si associa a livello del cingolo scapolare uno scivolamento delle scapole in avanti e lateralmente e una più o meno modesta intrarotazione dell’arto superiore.
Cifosi Dorsale – Consiste nella diminuzione del raggio di curvatura della normale cifosi dorsale. Si distingue dall’atteggiamento cifotico perché alla base del difetto c’è una alterazione della parte scheletrica per lo più irreversibile.
Può essere determinata in modo traumatico della frattura di un corpo vertebrale che rimanendo schiacciato a cuneo aumenta la curvatura dorsale.La cifosi dorsale tende ad aumentare con l’età associata ad un progressivo deterioramento dell’apparato locomotore.
In questo caso i confini tra atteggiamento cifotico e cifosi vera non sono poi così netti nel senso che un atteggiamento può trasformarsi in una conformazione irreversibile della colonna.
Scoliosi – E’ la deviazione laterale della colonna associata a rotazione dei corpi vertebrali. Questa deformazione coinvolge anche la simmetria del torace. Dalla parte della convessità della curva le costa si deformano dando origine ad un gibbo.
La scoliosi compare nell’infanzia e nella pubertà. In genere tanto più precoce è la comparsa della malattia quanto più grave sarà la sua aggressività ed evoluzione.
Di solito la terapia consiste nell’applicazione di gessi e di corsetti ortopedici. Comunque per i soggetti che vanno in palestra va evitato il soprappeso per scaricare il più possibile la colonna ed evitare gli adattamenti dell’equilibrio imposti da un addome globoso per adipe.
Per il trattamento di alcuni vizi di posizione va affrontato agendo su alcuni punti fondamentali: iniziare sempre con degli esercizi di stretching in estensione del tratto dorsale della colonna e dell’articolazione della spalla, molto importanti per chi fa un lavoro che lo costringe spesso ad assumere una postura errata.
Importante eseguire anche degli esercizi specifici per la muscolatura paravertebrale dorsale, ed esercizi per la muscolatura addominale in modo da stabilizzare il tratto lombare e contenere la iperlordosi lombare di compenso. Esercizi per il trapezio centrale, per il deltoide posteriore e per la cuffia dei rotatori.
Esercizi di Streching per le spalle – Braccia tese in avanti, mani unite, cercate di allungarvi il più possibile in avanti, mantenendo la posizione per almeno trenta secondi. Ripetete lo stesso esercizio con le braccia in alto, spingendo verso l’alto, e con le bracca tese dietro la schiena, spingendo verso il basso/dietro.
Un altro esercizio e quello di unire le mani dietro la schiena, facendo passare un braccio sopra la testa e uno dietro la schiena, e mantere la postura per almeno 20 secondi ripetendo poi la posizione.
Per le scapole alate – Si consiglia un lavoro sui muscoli che “posteriorizzano” l’omero: deltoide posteriore e trapezio centrale in primis, coinvolgendo anche gli extrarotatori ed esercizi di stretching posturale che enfatizzino la respirazione (la massa fibrosa è direttamente responsabile nel cifotico, della trazione del collo in avanti).
1) Pulley basso con bilanciere del lat machine; (presa larga; portare il bilanciere al petto mantenendo il gomito all’altezza delle spalle. Inspirare durante lo sforzo).
2) Rematore con il tronco disteso prono su una panca.
3) Pullover, per Gran Dentato, che viene sollecitato molto bene.
4) Alzate laterali per il deltoide-posteriore, che va eseguito sempre disteso con il tronco prono appoggiato su una panca.
5) Extrarotazioni ai cavi
Naturalmente in tutti casi, e in particolare i portatori di scoliosi, si deve evitare rigorosamente tutti gli esercizi che prevedono del carico applicato sulla colonna vertebrale.
Non si tratta di evitare solamente gli esercizi a carico della colonna, cioè in modo diretto, ma anche l’esecuzione di esercizi con manubri pesanti, perché il carico si trasferisce comunque indirettamente dagli arti superiori alla colonna!!
Quindi in parole povere:
1) No al calf in piedi
2) No al curling e in special modo a presa inversa
3) No allo squat con il bilanciere
4) No al lento in piedi e/o seduto
5) No alle distensioni su panca inclinata oltre i 45°
6) No all’hack squat
7) No alle scrollate 8) No allo stacco da terra ( pericolosissimo )
9) No all’esercizio “Good Morning con bilanciere
10) No al french press in piedi
11) No al sit-up con vingolo alle caviglie
Questi esercizi possono essere sostituiti da altri, ugualmente efficaci per stimolare al meglio la muscolatura senza devastare la struttura ossea.
Ecco alcuni esercizi:
1) Panca piana con le ginocchia incrociate sul petto (petto)
2) Distensione su panca con presa supina, con i gomiti vicino al tronco, barra sotto i pettorali che viene spinta in alto, concentrandosi sullo spostamento in avanti dell’omero (braccio) più che sull’azione del tricipite (spalle)
3) Alzate (per il deltoide posteriore) disteso con il tronco prono appoggiato su una panca.
4) French press sulla panca piana imp. stretta, anche se per la maggior parte questo lavoro mono-articolare può essere eccessivo. (tricipiti)
5) Rematore con il tronco disteso prono su una panca (schiena)
6) Rematore con un manubrio, dove il terzo appoggio (mano) fa da notevole sostegno alla nostra struttura (schiena)
7) Trazioni alla sbarra con presa supina (bicipiti) 8) Trazioni alla sbarra o Lat-Machine imp. normale (dorsali)
9) Leg-Extension (quadricipiti)
10) Pressa orizzontale (quadricipiti e femorali)
11) Calf Machine seduto (polpacci)
12) Crunch, che riesce con una compressione lenta e “ragionata”, a stimolare efficacemente tutta l’area addominale senza coinvolgere muscoli che non desideriamo (addome)
Gli esercizi più indicati ed i loro indispensabili accorgimenti fisiologici devono essere il risultato di un’attenta analisi della struttura eseguita sul soggetto, prima dell’avvio alla sala pesi. Questo lavoro importantissimo e fondamentale mette a dura prova la preparazione tecnica degli allenatori, istruttori e personal trainer.
Un attrezzo utile è la spalliera, prezioso attrezzo ginnico, anche se non è probabilmente abbastanza conosciuta. utilizzata nella pratica comune. Essa, comunque, è presente anche nelle palestre meno dotate.
La possibilità di esecuzione di molteplici esercizi, con questo attrezzo, permette di scegliere i movimenti più adatti alle diverse necessità individuali. Vi si possono eseguire esercizi sia di scioltezza articolare, sia di potenziamento dei vari gruppi muscolari.
Molti degli esercizi che si possono eseguire con la spalliera sono, inoltre, indispensabili alla correzione dei principali paramorfismi della colonna vertebrale (scoliosi, dorso curvo, ecc).

SPECIAL II: SMAGLIATURE CUTANEE

9 Febbraio 2004 Nessun commento

Le smagliature vengono definite come una atrofia lineare e ben delimitata dello strato dermico della cute; esse costituiscono un inestetismo di notevole diffusione, interessando entrambi i sessi, e dagli importanti riflessi psicologici sulle donne che ne sono affette, in quanto, nonostante gli enormi progressi compiuti dalla medicina estetica, le possibilità di una completa eliminazione rimangono piuttosto ridotte.
Si presentano come aree infossate, generalmente a decorso rettilineo, nelle quali la cute è atrofica e presenta una particolare pigmentazione che va dal rosa al rosso vivo; solitamente si raggruppano a due o a tre, parallele tra loro e perpendicolari al senso di trazione cutanea; la localizzazione più frequente è all’addome e alla faccia esterna delle cosce.
Possono essere già presenti in età puberale, ma passano per lo più inosservate; nel 50% circa dei casi compaiono in gravidanza (verso il 5° mese), risparmiando le primipare anziane o quelle molto giovani.
Al di fuori della gravidanza, ciò che condiziona maggiormente la comparsa delle smagliature sono i dimagramenti repentini (terapie scorrette, malattie defedanti, stress, ecc.) oppure i rapidi e cospicui aumenti ponderali.
La causa della comparsa delle smagliature può essere fatta risalire a due teorie:
Teoria meccanica: ripetuti microtraumi locali o distensioni progressive della cute provocherebbero uno stiramento dei capillari dermici, con conseguente diminuito afflusso sanguigno alle strutture cutanee e conseguente ischemia distrettuale; la riduzione di apporto di ossigeno e di sostanze nutritive creerebbe la sofferenza metabolica responsabile del rilassamento.
Teoria endocrina: una iperfunzione della corteccia del surrene provocherebbe un danno a livello della sostanza fondamentale del connettivo, come pure a livello del collagene e della elastina.
La prima teoria ha attualmente perso credito, pur essendo ammessa da taluni Autori come fattore accessorio; l’iperproduzione dei glicocorticoidi surrenalici trova invece riscontro costante all’epoca della pubertà come pure in altre situazioni para-fisiologiche della vita.
Tuttavia, l’intimo meccanismo dell’intervento dei glicocorticoidi sulla produzione dell’inestetismo non è ancora stato completamente chiarito, anche perché rimane difficile da spiegare come possa una produzione anomala generalizzata andare a colpire solo zone cutanee fisse e particolari, salvo prendendo in considerazione oscuri fenomeni di reattività locale.
Quale che ne sia la causa, comunque, pare certo che le smagliature derivino da condizioni di stiramento degli strati cutanei superficiali quando la sottostante struttura fibroelastica dermica si trova in stato di sofferenza ischemica e quindi di marcata carenza nutrizionale.
In genere, fatta eccezione per i bruschi dimagramenti che originano da situazioni di obesità di natura ansiosa, la comparsa delle smagliature non è mai repentina, ma subdola e graduale, spesso sfuggente all’osservazione.
Solo in presenza di condizioni particolari, come ad esempio quelle conseguenti ad un prolungato trattamento farmacologico di tipo cortisonico si può invece assistere ad una vera e propria esplosione di smagliature cutanee diffuse, con caratteri particolari: disseminazione corporea irregolare, lunghezza in genere superiore alla media, colorito purpureo, frequente associazione ad ecchimosi.
Al contrario, le smagliature di prima comparsa appaiono generalmente sottili, rosate, corte: si attribuisce la particolare colorazione alla formazione intradermica di anastomosi (unione di vasi sanguigni) tra i vari componenti vascolari situati nel plesso delle papille dermiche, al fine di ovviare all’insufficienza irrorativa di cui si parlava prima.
Quando l’inestetismo è ormai ben radicato, le smagliature appaiono come strie longitudinali depresse, lunghe, affiancate, sul cui fondo si può osservare una epidermide biancastra o madreperlacea, solo raramente colorita.
Al tatto la cute appare flaccida ed esuberante rispetto alla superficie sottostante; i peli sono scomparsi, così come pure le ghiandole sudoripare e sebacee.
Dal punto di vista istologico si osservano sempre: una epidermide strutturalmente intatta; fibre elastiche e collagene stirate negli stadi iniziali e frammentate in quelli successivi; sui bordi delle lesioni si accumulano fibre elastiche corte, spezzate e contorte.
Come si curano le smagliature
Data la difficoltà di una terapia veramente efficace, così come per molti altri inestetismi, la cura delle smagliature è essenzialmente di carattere preventivo e dovrebbe cominciare il più precocemente possibile: è proprio la diffusa ignoranza di questo fatto la causa principale dell’insorgenza successiva del danno cutaneo.
É infatti estremamente elevato il numero delle adolescenti che non si curano delle prime avvisaglie, come pure è elevato il numero delle giovani donne gravide che non provvedono ad un oculato trattamento preventivo: trattamenti estetici, ginnastica, igiene alimentare e di vita sono infatti accorgimenti troppo impegnativi per potere essere seguiti con costanza e per molto tempo; i risultati di questa filosofia si vedranno in seguito, quando ormai sarà troppo tardi.
Comunque, in linea di massima, possiamo consigliare, quale prevenzione delle smagliature:
evitare dimagramenti drastici in presenza di obesità;
praticare attività sportiva in maniera regolare e costante, senza mai ricorrere ad esercizi che implicano movimenti con caratteristiche violente, soprattutto di distensione;
avere cura di mantenere sempre ottimale lo stato di idratazione della pelle;
tenere sotto controllo lo stato della microcircolazione cutanea;
usare integratori antiossidanti che proteggono la matrice connettivale della pelle (vit.A; vit.E; vit.C; aloe-vera per via orale); per via topica invece appare utile l’uso di creme a base di oli di mandorle con aggiunta di olio di rosa moscheta.
Una volta comparse e stabilizzate, le smagliature presentano problemi di ordine terapeutico non indifferenti, in quanto, allo stato attuale, non esiste terapia veramente efficace che conduca ad una loro completa risoluzione.

SPECIAL I: IL RISCALDAMENTO

9 Febbraio 2004 1 commento

IL RUOLO DEL RISCALDAMENTO
Il riscaldamento e’ il termine improprio con cui si indicano tutte quelle attivita’ per preparare il corpo, od una parte di esso, ad eseguire particolari tipi di allenamenti o work-out.

ALLENAMENTO COME LOTTA
L’allenamento intenso, qualsiasi disciplina si tratti, deve essere inteso dal punto di vista psico-ormonale, come una vera e propria lotta ed il riscaldamento si inserisce proprio nella fase precedente la lotta (allenamento) ovvero preparare il corpo e la mente a sostenere l’ipotetica lotta. La reazione di maggiori dimensioni che si riscontra e’ quella di blocco dei processi digestivi e assimilativi nel tratto digerente in modo tale da limitare al massimo l’afflusso di sangue in distretti non muscolari; inoltre anche la zona pubica viene interessata da una netta diminuzione del flusso sanguigno.

RISCALDAMENTO: modificazioni ormonali
L’allenamento intenso infatti al pari di un vero e proprio scontro fisico determina una serie graduale di mutamenti ormonali e psichici che trasforma il corpo in una sorta di macchina. Le principali modifiche sono:
incremento della secrezione di adrenalina nel sangue, la quale facilita la fuoriuscita di zuccheri e grassi dalle riserve per il pronto utilizzo muscolare (ormone secreto dalla nostre ghiandole surrenali);
incremento della secrezione del glucagone nel sangue ovvero di un ormone antagonista dell’insulina che aumenta il livello di zuccheri nel sangue (ormone secreto dal pancreas) amplificando gli effetti dell’adrenalina;
abbassamento del livello di insulina (ormone secreto dal pancreas) nel sangue, cosi’ da aumentare l’effetto dei primi due ormoni;
incremento della produzione di testosterone endogeno (secreto dalle cellule del testicolo) in risposta alle crescenti condizioni di stress ed ai cambiamenti dei tre ormoni di cui sopra;
secrezione delle endorfine (dal sistema nervoso) che diminuiscono nettamente le sensazioni dolorifere.

RISCALDAMENTO: interazioni ormoni-psiche-integratori
Tutte le modifiche ormonali sopra citate comportano ovviamente un netto cambiamento anche della psiche in quanto, proprio in vista di una lotta (= allenamento) e grazie alle numerose modifiche ormonali, si denota un notevole incremento dell’aggressivita’ ed un netto calo della paura.
Cio’ ovviamente puo’ essere notevolmente aiutato dall’uso opportuno di alcuni integratori che amplificano tali effetti, come le fonti di caffeina, theina e teobromina presenti nei fatburner erboristici termogenici, oppure le fonti di sinefrina (arancio amaro) ed ancora gin-seng, rodiola ed eleuterococco.
Il riscaldamento quindi deve avere la funzione di preparare il corpo ad accogliere l’allenamento, sia tramite le modifiche fisiologiche ed ormonali viste che tramite le modifiche dell’atteggiamento psichico.

RISCALDAMENTO: articolazioni, legamenti e tendini
Il ruolo psichico del riscaldamento e’ stato brevemente esposto ma piu’ importante ancora e’ forse il ruolo bio-meccanico; infatti e’ fondamentale prima di avvicinarsi ad un esercizio effettivo, preparare articolazioni, tendini e muscoli al work-out.
In particolare il riscaldamento deve mettere in moto l’articolazione da sottoporre a work-out in modo tale da far arrivare piu’ sangue al distretto, ipernutrire localmente la parte con l’afflusso appunto di sangue e aumentare il calore prodotto internamente all’area da allenare. In tal modo non solo la zona e’ piu’ calda e irrorata ma anche piu’ lubrificata ed elastica in quanto cuscini cartilaginei e liquidi articolari sono gia’ stati sollecitati e resi pronti al movimento allenante.
I tendini ed i legamenti inoltre beneficiano notevolmente di tale fase di riscaldamento in quanto la lubrificazione ed il movimento ne incrementano le prestazioni sia di resistenza che elastiche.
Le fibre muscolari sottoposte a riscaldamento sono bagnate da sangue caldo e ricco di zuccheri ed aminoacidi, sia per le modifiche ormonali sopra viste, che per l’aumentata quantita’ di sangue afluente sulla zona da allenare. Inoltre la loro capacita’ elastica viene notevolmente aumentata.

RISCALDAMENTI PARTICOLARI: body building
Innazi tutto bisogna considerare che un ottimo riscaldamento determina il notevole incremento delle prestazioni nel medio termine e l’utilizzo ottimale di tutte le serie di work-out per la crescita e mantenimento della muscolatura interessata dall’allenamento. Si tenga presente che nel body building il riscaldamento e’ una attivita’ altamente locale e settoriale, proprio perche’ questo sport lo e’, ovvero sovente le tabelle sono frazionate in due o tre parti completando l’allenamento intero del corpo anche in 5/8 giorni; cio’ comporta un riscaldamento molto mirato dal punto di vista dei gruppi muscolari.
Come premessa poi bisogna passare in rassegna alcuni errori (orrori!!!) che comunemente si vedono in palestra sotto forma di riscaldamento al body building.
I errore ) Per qualsiasi esercizio di body building non e’ corretto eseguire il riscaldamento sulla cyclette, sul tappeto/step (o altre macchine di cardio-fitness) in quanto queste determinano accaldamento generalizzato e non preparazione localizzata, venendo cosi’ a mancare tutte quelle caratteristiche ormonali, psichiche, articolari e muscolo-tendinee di cui necessita un vero riscaldamento da body building.
II errore ) E’ impensabile effettuare il riscandamento pre-allenamento eseguendo esercizi di addominali: non sta ne in cielo ne in terra in quanto nulla l’addome ha a che vedere con articolazioni come caviglie, spalle, ginocchia, gomiti, ecc.!
III errore) Eseguire come riscaldamento 2-3 serie da 20-15 ripetizioni con peso bassissimo (es. 10+10 Kg panca orizzontale) e poi passare alla prima serie con 40+40 Kg; si rischia l’infortunio articolare-muscolare con tali sbalzi di carichi.
Esempio di Riscaldamento Tipo: distensioni su panca piana (pettorali) – Per meglio comprendere la modalita’ di esecuzione corretta di un tipico riscaldamento da body building viene proposto quello relativo la classica panca piana (bench press) per il petto. Poniamo il caso ipotetico di un atleta che esegue la panca orizzontale con Kg 40+40+bilanciere da 10 Kg in 3 serie da 10 ripetizioni: come si effettua il corretto riscaldamento? La cosa necessaria e’ quella di procedere gradualmente con serie piccole e numerose, dal peso zero fino a quasi il peso finale. In tal modo infatti si da la possibilita’ al corpo di prepararsi ormonalmente e di far affluire il sangue al distretto interessato; inoltre con le serie piccole (=corte) si evita l’affaticamento eccessivo durante il riscaldamento. Praticamente l’atleta esegue 6-7 rip. di panca orizzontale con solo l’asta (10 Kg);
stop per 60/90sec. e poi nuova serie con 10+10 Kg per 4-5 rip.;
stop per 60/90sec. e poi nuova serie con 20+20 Kg per 4-5 rip.;
stop per 60/90sec. e poi nuova serie con 30+30 Kg per 3-4 rip.;
stop per 60/90sec. e poi nuova serie con 35+35 Kg per 1 rip.;
a questo punto le serie di riscaldamento sono terminate e ovviamente non contano nelle serie complessive; dopo circa 120 sec. dall’ultima serie di riscaldamento si puo’ intraprendere la prima vera serie a 40+40 Kg. Durante le pause di 60/90 sec. tra le serie di riscaldamento, sarebbe preferibile eseguire un esercizio di allungamento del muscolo molto leggero e della durata di non oltre i 12 sec. in totale.
Da cio’ si evince che per atleti avanzati il riscaldamento e’ una procedura lunga e spesso con durata maggiore dell’intero esercizio (in tal caso panca orizzontale 3×10). Ovviamente dopo il riscaldamento e le tre serie di panca orizzontale il petto si considera caldo e pronto per il prossimo esercizio senza bisogno di eseguire nuovo riscaldamento.
Una prima regola generale per il body building e’ la seguente: il riscaldamento di un gruppo muscolare deve essere effettuato con l’esercizio da svolgere, con carichi progressivi piu’ alti e brevi serie; da cio’ si ricava che ogni gruppo muscolare (spalle; bicipiti; petto; tricipiti; dorso; polpacci; ecc.) necessita di un riscaldamento; ovviamente anche gli addominali devono essere riscaldati allo stesso modo ed allenati coi carichi, con uguale impegno e intensita’ di qualsiasi altro muscolo!!!
Vediamo ora alcune eccezioni a tale regola generale.
Passaggio panca orizzontale – croci manubri/cavi: e’ preferibile eseguire una serie di preparazione con peso circa 50% della serie definitiva di croci e 4-5 rip., quando si passa dall’ultima serie della panca orizzontale all’esercizio successivo di croci; questo perche’ l’articolazione della spalla si trova a compiere un movimento totalmente diverso dal precedente e con alti carichi si potrebbero manifestare problemi articolari; l’uso di una pre-serie in tali casi puo’ determinare anche incremento delle prestazioni negli esercizi di croci successivi a quelli di distensioni con bilanciere.
Passaggio leg extension – squat/pressa: e’ improponibile passare dall’ultima serie di leg extension al primo di squat/pressa gia’ con carico definitivo; proprio per l’elevata intensita’ di questi ultimi 2 esercizi, necessitano spesso anche di 4 miniserie preparatorie post leg extensioni, in modo tale da adattare l’articolazione del ginocchio e della caviglia al notevole sforzo da compiere ed inoltre preparare l’asse dei muscoli dorsali a reagire alla pressione; da non trascurare anche l’adattamento psicologico nel passare da un esercizio aperto come il leg extension ad uno oppressivo come squat e pressa!
Passaggio dorsali con macchina – dorsali con bilancieri o pulley basso: per dorsali alla macchina si intendono lat machine, pulley alto, rawing mach., vertical raw, trazioni facilitate o libere e comunque tutti quegli esercizi che non comportano stress per la colonna vertebrale e la regione lombare; se dopo un esercizio del genere si passa direttamente alla prima serie di rematore bilanciere o dorsy barr o pulley basso si possono registrare piu’ o meno seri danni ai dischi delle vertebre e/o muscoli lombari in quanto assolutamente non pronti per una posizione ed uno sforzo del genere con pieno carico; in questi casi e’ assolutamente consigliabile l’esecuzione di una pre-serie di addattamento di 5-6 rip con 50% carico definitivo. Anche in tal caso l’esecuzione di questa preserie incrementa le prestazioni dell’esercizio da svolgere.
Una seconda regola generale per il body building potrebbe essere la seguente: ogni volta che all’interno di uno stesso gruppo muscolare si passa da un esercizio al successivo con caratteristiche di movimento completamente diverse e’ sempre preferibile eseguire pre-serie. Altri casi sono: alzate laterali-distensioni con manubri/bilanciere; tricipiti alla lat mach.-french press con bil./mach. Quando il body building viene condotto in modo estremo o addirittura da sollevatore pesi, l’uso delle pre-serie diviene obbligarorio!

IL RIPOSO
Tutta la scienza dell’allenamento, di qualsiasi sport, si basa su di un fenomeno fisiologico detto supercompensazione. Questo fenomeno, la supercompensazione, è la risposta allo stress dato all’organismo tramite l’allenamento.
Quando vi allenate, infatti, vi è un temporaneo turbamento dell’omeostasi (condizione di equilibrio interno necessario alla vita) dell’organismo dovuto al decremento delle capacità metaboliche, bioenergetiche e circolatorie. L’organismo si viene quindi a trovare in uno stato di disequilibrio che non gli è congeniale. Proprio questo stato alterato fa scattare la supercompensazione, che esiste proprio per fornire una risposta adeguata allo stress, in questo caso all’esercizio fisico, e per prevenire conseguenze organiche negative. La supercompensazione, quindi, riporta l’organismo nelle sue condizioni di equilibrio interno. La cosa affascinante, però, è che oltre al ripristino delle capacità organiche pre-allenamento, la supercompensazione porta queste ultime ad un livello più alto del precedente, permettendo così, con allenamenti continui e progressivi, lo sviluppo di capacità fisiche sempre più importanti. Riconducendo il discorso dell’allenamento e della supercompensazione nel mondo del bodybuilding, mi sembra opportuno affermarvi che:
1) E’ quando vi allenate intensamente con carichi progressivi che date l’input per la crescita;
2) E’ quando vi riposate, vale a dire quando state lontani dalla palestra, che date al corpo la possibilità di recuperare e quindi successivamente di crescere.
Una regola da seguire per gli atleti natural, quelli che hanno doti genetiche nella norma e che non fanno uso di sostanze farmaceutiche dopanti, è quella di fare durante una settimana, 7 giorni, più giorni di riposo che di allenamento. A questo proposito non fate riferimento alla sciocchezza che circola nelle palestre, cioè che quando riposate di più, rispetto ai dogmi che vi sono proposti dall’istruttore (o pseudo-istruttore), potete perdere la massa muscolare faticosamente guadagnata, è una diceria senza alcun fondamento scientifico. Anzi con l’aumentare dell’intensità e quindi dei carichi che sollevate avrete sempre più bisogno di riposo tra un allenamento e l’altro.
Non ha quindi senso allenarsi tutti i giorni e, soprattutto, non ha alcun significato allenare una parte del corpo ancora dolorante per l’allenamento subito precedentemente. Ricordatevi che per riuscire a sollevare i carichi progressivi che vi permetteranno di guadagnare forza e muscoli, il fisico deve recuperare completamente dall’allenamento precedente. Quindi se volete fare progressi il più velocemente possibili, il riposo ed il sonno (almeno 7-8 ore di qualità per notte) dovrebbero essere per voi delle priorità.